I buchi neri non si vedono più: colpa del nostro Wi-Fi

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Una rivoluzione silenziosa, ma potentissima, sta avvenendo sotto i nostri occhi e sopra le nostre teste. Gli strumenti più raffinati dell’astronomia moderna non riescono più a vedere lontano, e il colpevole siamo noi. I dispositivi connessi che ci accompagnano ogni giorno — dagli smartphone ai router Wi-Fi — stanno creando un “inquinamento elettromagnetico” tale da disturbare anche i segnali più deboli provenienti dallo spazio profondo.

Perché serve vedere i buchi neri

Potrebbe sembrare solo un problema degli astronomi, ma non lo è. Sapere esattamente dove si trova la Terra nello spazio, con precisione millimetrica, è alla base del funzionamento di tantissimi servizi quotidiani: GPS, previsioni meteo, reti elettriche, persino i pagamenti digitali. Per riuscirci, i geodeti — scienziati che misurano la forma e il movimento del nostro pianeta — usano come punti di riferimento gli oggetti più stabili dell’Universo: i buchi neri al centro delle galassie lontane.

Attraverso una tecnica chiamata interferometria a lunghissima base (VLBI), una rete globale di radiotelescopi capta le onde radio emesse da questi buchi neri. Ma proprio quelle frequenze stanno diventando sempre più affollate.

L’autostrada radio è in tilt

Un tempo la radioastronomia poteva contare su corsie preferenziali nello spettro delle frequenze. Ma oggi, tra la diffusione di internet satellitare, 6 generazioni di telefoni cellulari e migliaia di segnali che si incrociano, lo “spettro radio” è congestionato. L’interferenza è così alta che i segnali cosmici, debolissimi, rischiano di sparire.

Il problema è globale, ma le regolamentazioni sono ancora locali. Le frequenze radio sono gestite su base nazionale, e ogni nuovo servizio tecnologico chiede più spazio.

Le soluzioni ci sono, ma servono scelte

Per salvare il futuro della navigazione, della comunicazione e dell’astronomia, gli scienziati chiedono “corsie protette” nello spettro radio. Servono zone silenziose attorno ai radiotelescopi, nuove regolamentazioni internazionali e, soprattutto, consapevolezza.

Chi avrebbe mai detto che per sapere dove stiamo andando… dobbiamo prima vedere un buco nero?

Foto di StockSnap da Pixabay

Federica Vitale
Federica Vitalehttps://federicavitale.com
Ho studiato Shakespeare all'Università e mi ritrovo a scrivere di tecnologia, smartphone, robot e accessori hi-tech da anni! La SEO? Per me è maschile, ma la rispetto ugualmente. Quando si suol dire "Sappiamo ciò che siamo ma non quello che potremmo essere" (Amleto, l'atto indovinatelo voi!)

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