Scienza

Il corpo umano invecchia a scatti: scoperti due momenti chiave e cosa potrebbe determinarli

corpo umano invecchia due momenti

Pensiamo all’invecchiamento come a una lenta discesa: ogni anno il corpo sarebbe semplicemente un po’ più vecchio del precedente. La biologia sembra raccontare una storia molto più irregolare. Un nuovo studio pubblicato su Nature Aging ha analizzato i cambiamenti strutturali in numerosi tessuti umani, scoprendo che molti non seguono una traiettoria lineare. In nove dei 14 tessuti per i quali è stato possibile definire chiaramente un andamento temporale, emergeva un modello bifasico: periodi relativamente stabili erano intervallati da due fasi di accelerazione dell’invecchiamento, concentrate indicativamente nella prima età adulta e nella mezza età.

Due accelerazioni, intorno ai 30 e ai 50 anni

Nel modello più comune, i ricercatori hanno osservato una prima accelerazione approssimativamente all’inizio dei 30 anni e una seconda durante i 50 anni. Non significa che al compimento di una determinata età il corpo cambi improvvisamente, né che tutti attraversino questi passaggi nello stesso momento. Si tratta di tendenze statistiche osservate nei tessuti. Il risultato rafforza però un’idea sempre più importante nella scienza della longevità: l’età biologica non procede necessariamente allo stesso ritmo dell’età indicata sulla carta d’identità e può attraversare periodi nei quali le trasformazioni molecolari e strutturali accelerano.

Non tutti gli organi seguono lo stesso orologio

La scoperta forse più affascinante è che il corpo non possiede un unico orologio dell’invecchiamento. Gli autori hanno identificato tre grandi traiettorie. Alcuni tessuti sono risultati early agers, con cambiamenti particolarmente rapidi già durante i 30 anni; altri late agers, relativamente stabili fino ai 50-60 anni. Il terzo gruppo, quello più frequente, comprendeva i tessuti biphasic agers, caratterizzati appunto da due accelerazioni separate da una fase più stabile. Le arterie tibiali e coronarie mostravano, per esempio, segnali precoci, mentre diversi tessuti dell’apparato digerente seguivano un andamento bifasico.

Il primo cambiamento sembra avere molto a che fare con gli ormoni

Per comprendere cosa differenziasse le due fasi, gli scienziati hanno analizzato i programmi molecolari attivi nei tessuti. Tra la prima e la seconda accelerazione hanno osservato un declino generalizzato delle vie associate alla risposta agli ormoni sessuali, comprese quelle legate a estrogeni e androgeni. L’aspetto interessante è che il fenomeno non riguardava soltanto gli organi riproduttivi: alcune delle diminuzioni più evidenti comparivano nei tessuti gastrointestinali. Questo suggerisce che i cambiamenti nella segnalazione ormonale possano influenzare numerosi distretti dell’organismo e contribuire alla transizione tra differenti fasi dell’invecchiamento.

Nella seconda fase aumenta il peso dei danni cellulari

Con l’avanzare dell’età il quadro cambia. Durante la seconda accelerazione diventavano più importanti le vie biologiche legate alla risposta ai danni accumulati dalle cellule. In molti tessuti aumentavano segnali associati alla risposta alle proteine mal ripiegate, alla riparazione del DNA e alle specie reattive dell’ossigeno. In altre parole, il secondo “scatto” sembra caratterizzato da un organismo maggiormente impegnato a gestire stress proteico, danni genetici e stress ossidativo. Gli autori descrivono questo passaggio come una sorta di transizione molecolare: dalla predominanza dei segnali ormonali verso una crescente risposta ai danni.

Questo spiega perché a 50 anni ci sentiamo improvvisamente più vecchi?

Non necessariamente. Lo studio misura cambiamenti molecolari e strutturali nei tessuti, non il momento preciso in cui una persona vede comparire rughe, stanchezza o dolori articolari. Inoltre, l’invecchiamento è estremamente eterogeneo tra individui e organi. Studi recenti sugli orologi biologici mostrano che, nella stessa persona, alcuni sistemi possono apparire biologicamente più vecchi di altri e che l’invecchiamento accelerato di determinati organi può essere associato a rischi differenti di malattia e mortalità. Parlare di “due età in cui improvvisamente diventiamo vecchi” sarebbe quindi una semplificazione eccessiva.

Anche studi precedenti avevano visto un invecchiamento a ondate

Il nuovo risultato si inserisce in un quadro scientifico più ampio. Negli ultimi anni analisi di proteine, metaboliti e altre molecole hanno suggerito che l’invecchiamento umano possa presentare transizioni non lineari. Una recente prospettiva su Nature Reviews Genetics sottolinea proprio che i tradizionali modelli lineari rischiano di nascondere importanti stati di transizione biologica durante la vita. La novità del nuovo lavoro è aver mappato direttamente le traiettorie strutturali attraverso numerosi tessuti, mostrando che persino all’interno dello stesso organismo esistono calendari differenti. Non c’è quindi un unico interruttore dell’età, ma un mosaico di processi coordinati solo in parte.

Capire quando invecchiamo potrebbe aiutarci a intervenire meglio

L’obiettivo finale non è trovare una data sul calendario dalla quale iniziare a “combattere l’età”. Conoscere i periodi nei quali determinati tessuti diventano più vulnerabili potrebbe permettere di sviluppare strategie preventive e, in futuro, interventi geroprotettivi più mirati nel tempo e negli organi. Gli stessi ricercatori sottolineano che i programmi molecolari identificati potrebbero aiutare a capire quando e per quanto tempo intervenire. Serviranno però studi longitudinali per seguire le stesse persone nel corso degli anni e verificare quanto queste traiettorie cambino in funzione di genetica, sesso, malattie e stile di vita. Il messaggio che emerge è comunque potente: invecchiare non sembra essere una marcia costante verso la vecchiaia, ma un viaggio fatto di accelerazioni, pause relative e orologi biologici differenti in ogni parte del corpo.

Immagine di magnific

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