Quando si pensa all’oceano, l’immaginario collettivo richiama spesso barriere coralline luminose, pesci colorati e acque tropicali. Eppure questa è solo una minima parte del mondo marino. Circa il 95% del volume degli oceani si trova infatti in condizioni di oscurità permanente, nelle cosiddette profondità abissali, dove la luce del Sole non arriva mai.
In questo ambiente estremo, freddo e ad altissima pressione, la vita non solo esiste, ma si organizza in forme complesse e sorprendentemente efficienti. Tra queste, un ruolo centrale è svolto dalle spugne marine di profondità, organismi spesso trascurati ma fondamentali per gli equilibri degli ecosistemi oceanici.
I “giardini” di spugne: ecosistemi nascosti sul fondale
Le spugne abissali non vivono isolate. Al contrario, formano vere e proprie strutture ecologiche tridimensionali, spesso definite “giardini di spugne”, che possono estendersi per chilometri sul fondale oceanico.
Questi habitat rappresentano uno dei sistemi più complessi degli abissi e ospitano una grande varietà di organismi marini. Le spugne agiscono come ingegneri ecosistemici, filtrando enormi quantità di acqua – anche migliaia di litri al giorno – e contribuendo al riciclo dei nutrienti presenti nell’ambiente circostante.
Ma il vero mistero riguarda il loro modo di sopravvivere in un contesto dove il cibo è estremamente scarso.
Una simbiosi invisibile con i microbi
La chiave della sopravvivenza delle spugne abissali risiede in una relazione strettissima con comunità di microrganismi simbionti. Questo legame, studiato da anni, si rivela molto più sofisticato di quanto si pensasse.
In ambienti privi di luce, alcune forme di vita si affidano alla chemiosintesi, un processo che consente di produrre energia a partire da reazioni chimiche anziché dalla luce solare.
Questo meccanismo è noto in ecosistemi estremi come le sorgenti idrotermali.
Tuttavia, una recente ricerca pubblicata su Microbiome ha mostrato che le spugne degli abissi, come la specie Calyx, utilizzano strategie ancora più complesse, basate su una sorta di “riciclo interno” dei prodotti di scarto.
Dagli scarti alla vita: il paradosso dell’energia negli abissi
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dallo studio riguarda il modo in cui le spugne e i loro microbi trasformano ciò che normalmente sarebbe considerato rifiuto biologico.
Come molti organismi, anche le spugne producono ammoniaca, anidride carbonica e residui organici difficilmente digeribili. In condizioni normali, questi composti verrebbero dispersi nell’ambiente. Nelle profondità oceaniche, invece, diventano una risorsa preziosa.
Una parte dei microbi associati alle spugne utilizza infatti l’ammoniaca come fonte energetica, combinandola con la CO₂ disciolta nell’acqua per produrre nuova biomassa. Il processo ricorda, per funzione, la fotosintesi, ma avviene completamente al buio.
È una forma di “costruzione biologica senza luce”, che ridefinisce il concetto stesso di produttività negli ecosistemi marini.
Microbi specializzati e digestione dell’invisibile
Accanto a questo meccanismo, lo studio ha evidenziato la presenza di un’altra strategia fondamentale. Una larga parte dei microbi simbionti non utilizza la chemiosintesi, ma un metabolismo eterotrofo, cioè si nutre di materia organica già presente nell’ambiente.
Il problema, nelle profondità oceaniche, è che il materiale organico disponibile è scarso e spesso altamente degradato. Prima di raggiungere il fondale, infatti, la maggior parte delle particelle provenienti dalla superficie viene già “consumata” durante la discesa nella colonna d’acqua.
Eppure i microbi associati alle spugne hanno sviluppato enzimi altamente specializzati, capaci di degradare composti complessi come pectine e xilani, componenti strutturali delle alghe morte. In questo modo riescono a estrarre energia anche da ciò che per altri organismi sarebbe inutilizzabile.
Un sistema biologico altamente efficiente
Quello che emerge da queste ricerche è l’immagine di un sistema estremamente raffinato, in cui la spugna e i suoi microbi funzionano come un unico organismo esteso.
Gli scarti metabolici non vengono eliminati, ma trasformati in risorse. L’energia circola continuamente tra ospite e simbionti, generando una forma di economia biologica basata sul riciclo totale della materia.
Questo modello sfida le idee tradizionali su cosa significhi “nutrirsi” in ambienti estremi e suggerisce che la vita, anche nelle condizioni più ostili, trovi sempre strategie per mantenersi attiva e produttiva.
Un ecosistema fragile sotto minaccia umana
Nonostante la loro importanza ecologica, i giardini di spugne degli abissi sono ecosistemi estremamente vulnerabili. Attività come la pesca a strascico profonda possono distruggere fisicamente queste strutture in modo irreversibile.
A questo si aggiunge la crescente attenzione verso l’estrazione mineraria dei fondali oceanici, finalizzata al recupero di metalli rari utilizzati in tecnologia ed energia. Un’attività che rischia di alterare equilibri costruiti in milioni di anni.
Le Nazioni Unite hanno riconosciuto questi habitat come ecosistemi marini vulnerabili, sottolineandone il valore scientifico e la fragilità. Tuttavia, il riconoscimento da solo non basta a proteggerli.
Un mondo da comprendere prima di perderlo
Le spugne degli abissi rappresentano molto più di semplici organismi marini. Sono veri e propri sistemi biogeochimici viventi, capaci di trasformare scarti in nuova vita e di sostenere intere comunità biologiche nei fondali oceanici.
Comprendere il loro funzionamento significa anche comprendere una parte fondamentale del ciclo del carbonio terrestre e degli equilibri globali dell’oceano.
E proprio per questo, la ricerca scientifica si trova oggi davanti a una sfida urgente: studiare e proteggere questi ecosistemi prima che l’attività umana li modifichi in modo irreversibile, cancellando informazioni preziose su come la vita riesce, anche nel buio più totale, a reinventarsi continuamente.
Foto di Gabru PawPixels da Pixabay

