Ci sono eventi naturali che lasciano un segno nella memoria collettiva per generazioni. E poi ci sono fenomeni così giganteschi da modificare per sempre la geografia di un territorio, cancellando ecosistemi, alterando il clima e trasformando intere regioni. È il caso della supereruzione di Whakamaru, avvenuta circa 350.000 anni fa nell’attuale Nuova Zelanda.
Un nuovo studio ha permesso agli scienziati di ricostruire con un livello di dettaglio senza precedenti ciò che accadde durante questo cataclisma geologico. I risultati offrono uno sguardo affascinante su uno degli eventi vulcanici più potenti mai verificatisi sul nostro pianeta e aiutano a comprendere meglio il funzionamento dei cosiddetti supervulcani.
La Nuova Zelanda prima della catastrofe
Molto prima dell’arrivo degli esseri umani, la parte centrale dell’Isola del Nord neozelandese appariva molto diversa da oggi. Il clima era più freddo, il paesaggio era dominato da vaste foreste e una ricca fauna popolava il territorio.
In questo scenario apparentemente tranquillo si nascondeva però una delle aree geologicamente più attive della Terra: la zona vulcanica di Taupō, una regione modellata dall’incontro e dallo scontro di immense placche tettoniche.
Questa zona continua ancora oggi a essere caratterizzata da fenomeni geotermici spettacolari, sorgenti calde, fumarole e attività vulcanica. Ma 350.000 anni fa si verificò qualcosa di straordinario.
Cos’è una supereruzione vulcanica
Quando si parla di eruzioni vulcaniche si pensa spesso a colate laviche e colonne di cenere. Una supereruzione, però, appartiene a una categoria completamente diversa.
Gli scienziati classificano questi eventi con il massimo punteggio dell’Indice di Esplosività Vulcanica: VEI 8. Si tratta di eruzioni capaci di espellere migliaia di chilometri cubi di materiale vulcanico, con effetti che possono estendersi ben oltre il luogo d’origine.
Nel corso degli ultimi milioni di anni ne sono state registrate solo poche decine in tutto il mondo. La supereruzione di Whakamaru è considerata una delle più grandi mai avvenute.
Un’indagine come una scena del crimine
Per ricostruire quanto accaduto, i ricercatori hanno adottato un approccio simile a quello utilizzato nelle indagini forensi.
Gli studiosi hanno raccolto campioni provenienti da oltre trenta siti distribuiti in Nuova Zelanda e nell’Oceano Pacifico meridionale. Analizzando la composizione chimica del vetro vulcanico contenuto nei depositi di cenere e pomice, sono riusciti a stabilire che tutti quei materiali provenivano dallo stesso evento eruttivo.
Ogni frammento vulcanico conserva infatti una sorta di firma chimica, una caratteristica unica che permette di identificarne con precisione l’origine.
Grazie a questo lavoro è stato possibile ricostruire passo dopo passo l’evoluzione della supereruzione.
Come si sviluppò il gigantesco evento
Secondo la nuova ricostruzione, l’eruzione iniziò in presenza di un grande lago che occupava parte dell’area oggi interessata dalla zona vulcanica di Taupō.
Quando il magma raggiunse la superficie, entrò in contatto con enormi quantità d’acqua. Questo incontro generò esplosioni violentissime, amplificando ulteriormente la potenza dell’evento.
La prima fase sembrerebbe essere stata alimentata da un singolo grande corpo magmatico. Con il passare del tempo, però, la situazione divenne molto più complessa.
Gli studiosi ritengono che il sistema vulcanico abbia innescato una sorta di reazione a catena sotterranea. Non una sola camera magmatica, ma cinque distinti serbatoi di magma iniziarono a eruttare contemporaneamente, alimentando una delle più grandi esplosioni vulcaniche conosciute.
Una quantità di materiale difficile da immaginare
I numeri associati alla supereruzione di Whakamaru sono impressionanti.
La cenere vulcanica si diffuse su gran parte dell’Isola del Nord e raggiunse persino zone molto lontane nell’Oceano Pacifico. In alcune aree il deposito superò i quattro metri di spessore, mentre vaste regioni vennero ricoperte da decine di centimetri di materiale vulcanico.
Ancora più devastanti furono i flussi piroclastici, miscele incandescenti di gas, cenere e frammenti rocciosi che si muovono a velocità elevatissime, distruggendo tutto ciò che incontrano lungo il percorso.
Nel complesso, si stima che l’eruzione abbia liberato circa 2.300 chilometri cubi di materiale vulcanico. Per comprendere l’enormità di questa cifra, gli studiosi spiegano che sarebbe sufficiente a coprire l’intera Nuova Zelanda con uno strato di detriti spesso diversi metri.
Perché questa scoperta è importante oggi
Potrebbe sembrare una vicenda relegata a un passato remoto, ma studiare eventi come la supereruzione di Whakamaru ha un valore molto concreto.
Comprendere come si accumula il magma, come si sviluppano le grandi eruzioni e quali segnali precedono questi fenomeni aiuta gli scienziati a migliorare i modelli di previsione e a comprendere meglio i rischi associati ai grandi sistemi vulcanici.
La zona vulcanica di Taupō rimane infatti una delle aree più attive del pianeta. Sebbene una supereruzione sia considerata un evento estremamente raro, il sistema continua a produrre attività vulcanica e geotermica.
Ogni nuova scoperta rappresenta quindi un tassello fondamentale per capire come la Terra funzioni nelle sue manifestazioni più estreme. E ricorda quanto il paesaggio che oggi consideriamo immutabile sia, in realtà, il risultato di forze naturali capaci di trasformare un intero Paese nel giro di pochi giorni.
Foto di Aaron Sebastian su Unsplash

