Con l’arrivo dell’estate molti pensano che trascorrere ore sotto il sole sia il modo migliore per “fare scorta” di vitamina D. In realtà, la relazione tra esposizione solare e produzione di questa vitamina è più complessa. Il sole è effettivamente indispensabile per la sintesi della vitamina D nella pelle, ma oltre una certa soglia un’esposizione più lunga non porta a un aumento proporzionale della produzione. Il nostro organismo possiede infatti meccanismi che regolano questo processo, evitando un accumulo incontrollato.
Come viene prodotta la vitamina D
La vitamina D viene sintetizzata nella pelle quando i raggi ultravioletti di tipo B (UVB) colpiscono un composto chiamato 7-deidrocolesterolo. Da questa reazione si forma una molecola che, attraverso successive trasformazioni nel fegato e nei reni, diventa vitamina D attiva. Questo nutriente è fondamentale per l’assorbimento del calcio, la salute delle ossa, il corretto funzionamento dei muscoli e numerosi processi del sistema immunitario.
Perché più sole non significa più vitamina D
Molti immaginano la produzione di vitamina D come un serbatoio che continua a riempirsi finché si resta al sole. In realtà non è così. Quando la pelle riceve una quantità sufficiente di radiazioni UVB, le molecole precursori iniziano a essere convertite in altre sostanze biologicamente inattive invece che in nuova vitamina D. Si tratta di un sistema di autoregolazione che protegge l’organismo da una produzione eccessiva. Per questo motivo, restare al sole per molte ore non aumenta indefinitamente i livelli della vitamina.
Entrano in gioco anche molti altri fattori
La quantità di vitamina D prodotta dipende da numerose variabili: ora del giorno, latitudine, stagione, copertura nuvolosa, età, fototipo della pelle e superficie corporea esposta. Anche l’uso corretto della protezione solare può ridurre la quantità di raggi UVB che raggiungono la pelle, pur non azzerando necessariamente la sintesi nelle condizioni di utilizzo reale. Inoltre, alcune persone, come gli anziani, producono naturalmente meno vitamina D rispetto ai giovani.
Il sole resta importante, ma con equilibrio
L’esposizione solare moderata continua a rappresentare una fonte importante di vitamina D per molte persone. Tuttavia, gli esperti raccomandano di evitare esposizioni prolungate nelle ore centrali della giornata, quando i raggi ultravioletti sono più intensi e aumenta il rischio di scottature, invecchiamento cutaneo e tumori della pelle. Cercare di aumentare la vitamina D restando molte ore sotto il sole non offre benefici aggiuntivi e può invece comportare rischi.
Quando serve davvero un’integrazione
Non tutti riescono a mantenere livelli adeguati di vitamina D attraverso il sole e l’alimentazione. Persone anziane, individui con pelle molto scura, chi trascorre poco tempo all’aperto o soffre di alcune patologie possono presentare una carenza. In questi casi, eventuali integratori dovrebbero essere assunti solo su indicazione del medico, dopo una valutazione clinica e, quando necessario, attraverso specifici esami del sangue.
Alimentazione e vitamina D
Anche se la maggior parte della vitamina D deriva dall’esposizione al sole, alcuni alimenti possono contribuire all’apporto complessivo. Pesci grassi come salmone, sgombro e sardine, tuorlo d’uovo e alimenti fortificati rappresentano le principali fonti alimentari. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, la dieta da sola non è sufficiente a coprire completamente il fabbisogno dell’organismo.
La chiave è l’equilibrio
La ricerca scientifica conferma che il sole è essenziale per la produzione della vitamina D, ma smentisce l’idea che esporsi sempre più a lungo significhi produrne quantità sempre maggiori. L’organismo regola naturalmente questo processo e, oltre una certa soglia, la sintesi non aumenta in modo significativo. Il modo migliore per prendersi cura della propria salute resta quello di combinare un’esposizione solare prudente, una dieta equilibrata e, solo quando indicato dal medico, un’eventuale integrazione di vitamina D.
Foto di Elizeu Dias su Unsplash

