Forse non lo immagineremmo mai, ma il nostro cervello brilla. In modo impercettibile, invisibile a occhio nudo, emette debolissimi bagliori di luce, noti come emissioni di fotoni ultradeboli (UPE). Si tratta di una luce naturale, generata dall’attività dei tessuti viventi, da tempo nota alla scienza ma finora considerata poco più di una curiosità.
Ora però, una nuova ricerca suggerisce che questa luce potrebbe rivelare ciò che accade nella nostra mente.
La ricerca
Un team di scienziati delle università di Algoma, Wilfrid Laurier e Tufts ha condotto uno studio pubblicato su iScience per capire se gli UPE potessero essere usati per rilevare gli stati mentali.
In una stanza completamente buia, hanno monitorato 20 partecipanti sani mentre aprivano e chiudevano gli occhi o ascoltavano suoni semplici, misurando al tempo stesso l’attività cerebrale con EEG e la luce emessa da due aree del cranio. Il risultato? Le emissioni luminose seguivano schemi ritmici e coerenti con l’attività delle onde cerebrali, cambiando a seconda dello stimolo ricevuto.
Una nuova frontiera nell’osservazione del cervello?
A differenza di strumenti come la risonanza magnetica o la PET, che interagiscono attivamente col cervello, le UPE sono segnali passivi. Non interferiscono. Questo potrebbe rappresentare un enorme vantaggio per lo studio della mente umana.
Il potenziale è affascinante: monitorare lo stato mentale, l’invecchiamento cerebrale o l’insorgere di disturbi neurologici attraverso la luce emessa dal cervello, senza interventi invasivi.
Cosa ci aspetta
La strada è ancora lunga. Servono strumenti più sensibili per distinguere le diverse frequenze di luce e, soprattutto, algoritmi di intelligenza artificiale in grado di interpretare i segnali. Ma la direzione è chiara: stiamo imparando a “leggere” la luce del cervello, e con essa, forse, anche i suoi pensieri più silenziosi.
Foto di Elena Mozhvilo su Unsplash

