Scienza

Il vino di 2.300 anni fa racconta la Cina dei Qin

muraglia

Un brindisi rimasto intatto per oltre duemila anni

Per più di 2.300 anni è rimasto sigillato all’interno di un vaso di bronzo, sepolto in una tomba a pochi chilometri da una delle prime grandi fortificazioni della Cina. Oggi quel liquido, recuperato nel sito archeologico di Shanjiabao, nel Ningxia, offre agli archeologi una possibilità straordinaria: entrare, almeno in parte, nella quotidianità delle persone che vivevano lungo il confine dell’antico Stato di Qin.

All’interno del recipiente sono stati recuperati circa 3,74 litri di liquido, una quantità eccezionale per un reperto di questa antichità. Le analisi hanno confermato che si trattava di una bevanda alcolica, permettendo ai ricercatori di ricostruirne alcuni degli ingredienti e delle tecniche di produzione.

La scoperta, descritta in uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science, non racconta soltanto la storia di un’antica bevanda. Racconta anche l’alimentazione, le tecnologie agricole, gli scambi culturali e persino alcune abitudini delle comunità che vivevano ai margini dell’impero.

Il vaso trovato vicino alla Grande Muraglia

Il ritrovamento è avvenuto nel cimitero di Shanjiabao, a circa due chilometri dalle fortificazioni attribuite allo Stato di Qin. Gli scavi, iniziati nel 2024, hanno portato alla luce 183 tombe, la maggior parte delle quali riconducibili alla cultura Qin.

Il contesto è particolarmente significativo. Durante il periodo degli Stati Combattenti, tra il V e il III secolo a.C., questa regione rappresentava una zona di frontiera strategica. Lungo le fortificazioni vivevano soldati, famiglie e comunità impegnate a presidiare il territorio.

La tomba numero 39 conteneva un caratteristico vaso di bronzo a forma di testa d’aglio. Il recipiente era stato accuratamente sigillato con materiali tessili e argilla organica. Proprio questa combinazione avrebbe contribuito alla straordinaria conservazione del contenuto.

Il risultato è quasi una fotografia archeologica: non soltanto un contenitore, ma una sostanza materiale ancora presente dopo più di venti secoli.

Non era vino d’uva: la ricetta era fatta di cereali

La parola “vino”, in questo caso, può essere fuorviante. La bevanda non era infatti prodotta dall’uva.

Le analisi chimiche hanno individuato 24 tipi di composti, tra cui acidi organici, amminoacidi, carboidrati e loro derivati. Il profilo chimico risultava compatibile con quello di alcune bevande cerealicole tradizionali cinesi, compresi i cosiddetti vini gialli.

Ma l’indizio più interessante arriva dall’analisi dell’amido.

Più del 92% dell’amido identificato proveniva dal miglio, mentre la parte restante era riconducibile soprattutto a grano e orzo.

Il dato è importante perché il miglio era una coltura particolarmente adatta alle condizioni ambientali della Cina settentrionale. Richiede relativamente poca acqua e rappresentava da millenni una risorsa alimentare fondamentale.

La bevanda conservata nel vaso racconta dunque anche una scelta agricola: gli abitanti della regione utilizzavano ciò che il territorio permetteva loro di coltivare con maggiore facilità.

Come producevano l’alcol nell’antica Cina?

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda proprio la tecnologia della fermentazione.

La produzione di bevande alcoliche nell’antica Cina ha origini molto remote. Nel corso degli anni, gli archeologi hanno individuato numerosi reperti che testimoniano la presenza di bevande fermentate, ma non sempre è stato possibile stabilire con precisione quali materie prime venissero utilizzate o quali procedimenti fossero impiegati.

Il vaso di Shanjiabao permette di aggiungere un tassello importante al quadro.

La composizione del liquido suggerisce una produzione basata sui cereali, confermando una differenza geografica già osservata nella storia dell’alimentazione cinese. Nelle regioni meridionali il riso aveva un ruolo centrale, mentre nel nord erano maggiormente diffusi cereali come miglio e sorgo.

La bevanda ritrovata vicino alla Grande Muraglia mostra quindi come le tecniche di fermentazione fossero adattate alle risorse disponibili localmente.

Una bevanda destinata a chi?

È forse la domanda più affascinante che accompagna il ritrovamento.

Il vaso non è stato rinvenuto in un’abitazione o in un luogo destinato alla produzione di bevande, ma all’interno di una tomba. Questo lascia aperta la possibilità che il liquido avesse una funzione rituale o funeraria.

Potrebbe essere stato deposto come offerta oppure come bene destinato ad accompagnare il defunto nell’aldilà.

Gli archeologi ritengono inoltre plausibile che il cimitero fosse utilizzato dalle persone che vivevano nelle comunità militari lungo la frontiera. Non è quindi impossibile immaginare che il proprietario del vaso fosse collegato alle guarnigioni Qin.

Naturalmente, il reperto non permette di stabilire con certezza chi fosse quella persona. Ma proprio questo dettaglio rende la scoperta particolarmente suggestiva: dietro l’analisi chimica di una bevanda emerge la storia individuale di qualcuno vissuto più di due millenni fa.

La Grande Muraglia prima della Grande Muraglia

Il ritrovamento permette anche di guardare alla Grande Muraglia da una prospettiva diversa.

Le fortificazioni Qin precedono infatti quella monumentale immagine della Grande Muraglia che domina oggi l’immaginario collettivo. Durante il periodo degli Stati Combattenti, diversi Stati costruirono sistemi difensivi per proteggere i propri territori.

Lo Stato di Qin realizzò una rete di mura, torri e postazioni militari lungo le zone di confine. La presenza di tombe e materiali di uso quotidiano dimostra che questi luoghi non erano semplicemente strutture militari isolate: intorno alle fortificazioni esistevano comunità stabili, con attività agricole, familiari e rituali.

Il vaso di Shanjiabao diventa così una piccola finestra sulla vita quotidiana di quella frontiera.

Il miglio racconta una storia più grande

C’è poi un particolare che potrebbe sembrare secondario e che invece è fondamentale: il ruolo del miglio.

Questo cereale è coltivato nella Cina settentrionale da migliaia di anni e ha caratteristiche che lo rendevano prezioso in ambienti relativamente aridi. La sua presenza nella bevanda non indica quindi soltanto una preferenza gastronomica.

Rivela il rapporto tra ambiente, agricoltura e cultura alimentare.

La scelta degli ingredienti dipendeva inevitabilmente dal territorio. Trasformare il miglio in una bevanda alcolica significava inoltre utilizzare una risorsa agricola non soltanto per nutrirsi, ma anche per produrre qualcosa con un possibile valore sociale, rituale o simbolico.

Una bottiglia dal passato che cambia la nostra percezione della storia

Il reperto di Shanjiabao è importante perché unisce diversi livelli di informazione: archeologia, chimica, agricoltura, tecnologia e storia sociale.

Una bevanda apparentemente ordinaria diventa una fonte di informazioni straordinaria quando sopravvive per oltre venti secoli nelle condizioni giuste.

Non racconta soltanto cosa bevevano gli antichi abitanti della Cina settentrionale. Racconta quali cereali coltivavano, quali tecniche conoscevano, come conservavano i liquidi e quali oggetti consideravano abbastanza preziosi da accompagnare un defunto nella tomba.

E forse è proprio questo l’aspetto più sorprendente della scoperta. Mentre le grandi mura raccontano la potenza militare degli Stati antichi, quel vaso racconta qualcosa di molto più quotidiano: la vita di una persona.

Duemilatrecento anni dopo, ciò che rimane di quella vita non è soltanto una fortificazione o un’iscrizione. È anche un vaso contenente ancora le tracce di un antico brindisi.

Foto di u_2ui6kzp77g da Pixabay

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