Scienza

Nitrito di sodio e suicidi tra i giovani: lo studio che lancia l’allarme sul comune conservante

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Una sostanza utilizzata da decenni nell’industria alimentare è finita al centro di un preoccupante fenomeno di salute pubblica. Si tratta del nitrito di sodio, conosciuto nell’Unione europea anche come additivo E250 e impiegato soprattutto nella conservazione di alcuni prodotti a base di carne. Una ricerca pubblicata nel 2026 su BMJ Public Health ha documentato nel Regno Unito un aumento nel tempo dei casi sospetti di suicidio associati all’ingestione intenzionale di sali di nitrito o nitrato. Il fenomeno interessa in maniera sproporzionata persone appartenenti alle generazioni più giovani.

Cosa ha scoperto lo studio britannico

I ricercatori hanno esaminato i casi inviati tra marzo 2019 e agosto 2024 al principale laboratorio britannico specializzato nell’analisi post-mortem di nitriti e nitrati. Complessivamente erano stati valutati 201 casi sospetti; per 164 è stato possibile utilizzare i dati con l’autorizzazione dei coroner. Nell’87% di questi ultimi, le analisi hanno fornito un forte supporto biochimico alla sospetta ingestione di sali di nitrito o nitrato. I ricercatori hanno inoltre osservato un aumento annuale dei casi sottoposti al laboratorio nel periodo analizzato.

A essere colpiti sono soprattutto i più giovani

L’aspetto che ha maggiormente preoccupato gli autori riguarda l’età. I soggetti avevano tra 14 e 82 anni, ma il 71% apparteneva alla Generazione Z o ai Millennials e circa il 4% era minorenne. Anche il sesso mostra una marcata differenza: tra i casi per i quali era disponibile questa informazione, il 68% riguardava uomini. I ricercatori sottolineano quindi come il fenomeno sembri interessare in modo sproporzionato giovani e uomini, pur non essendo limitato esclusivamente a queste categorie.

Il problema non è il nitrito presente normalmente negli alimenti

Un chiarimento è fondamentale: lo studio non dimostra che mangiare alimenti contenenti nitriti aumenti il rischio di suicidio. Il fenomeno analizzato riguarda l’uso intenzionale di sali concentrati ottenuti separatamente, non l’esposizione alle quantità autorizzate negli alimenti. Il nitrito di sodio viene impiegato come conservante perché contribuisce a ostacolare la crescita di microrganismi pericolosi e a mantenere alcune caratteristiche delle carni lavorate. Confondere i due scenari significherebbe quindi interpretare erroneamente i risultati della ricerca.

Perché questa sostanza può essere pericolosa

A concentrazioni elevate, il nitrito di sodio è altamente tossico perché compromette la capacità dell’emoglobina di trasportare efficacemente l’ossigeno, provocando una condizione chiamata metaemoglobinemia. Nei casi gravi, gli organi possono quindi non ricevere ossigeno sufficiente. Proprio questa tossicità, combinata con la disponibilità commerciale della sostanza per usi legittimi, ha attirato negli ultimi anni l’attenzione di tossicologi e autorità sanitarie in diversi Paesi. La letteratura scientifica aveva già segnalato una crescita dei casi intenzionali a partire dal 2019.

Il ruolo preoccupante delle comunità online

Secondo gli studiosi, un elemento importante potrebbe essere rappresentato dalla circolazione online di contenuti che promuovono autolesionismo e suicidio. Precedenti ricerche hanno documentato comunità digitali nelle quali il nitrito di sodio viene discusso come mezzo di autolesionismo. Questa disponibilità di informazioni può risultare particolarmente problematica per persone vulnerabili. Il punto, quindi, non riguarda soltanto una sostanza chimica: riguarda l’interazione tra facilità di accesso, commercio online e diffusione di contenuti pericolosi.

Gli scienziati chiedono misure di prevenzione

Gli autori ritengono necessario valutare strategie capaci di limitare l’accesso incontrollato ai sali concentrati senza comprometterne gli utilizzi industriali legittimi. Tra le possibilità discusse figurano restrizioni alla vendita e una maggiore preparazione dei servizi di emergenza nel riconoscere rapidamente questo tipo di avvelenamento. Lo studio presenta comunque un limite importante: comprende soltanto casi nei quali le autorità avevano già sospettato il coinvolgimento di nitriti o nitrati e avevano richiesto analisi specifiche. Non permette quindi di stabilire con precisione l’incidenza nazionale.

Una questione di accessibilità, non di alimentazione

Il messaggio della ricerca deve quindi essere comunicato con precisione. Non siamo davanti alla scoperta che un conservante alimentare provochi pensieri suicidari, ma all’emergere dell’uso intenzionale di una sostanza tossica facilmente reperibile in forma concentrata. Il fatto che molti dei casi documentati riguardino persone giovani rende particolarmente urgente la prevenzione. Per gli studiosi, monitorare le nuove modalità di autolesionismo, limitare l’accessibilità dei mezzi più pericolosi e contrastare i contenuti online che li promuovono può contribuire a prevenire morti evitabili. È questa, più che la presenza dell’E250 negli alimenti, la vera questione sollevata dallo studio.

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