Sembra uno scenario da film di fantascienza: un grande asteroide diretto verso la Terra e un ordigno nucleare inviato nello spazio per fermarlo. Eppure la possibilità viene studiata seriamente nell’ambito della difesa planetaria. Nuove simulazioni hanno analizzato cosa accadrebbe facendo esplodere un dispositivo nucleare non dentro l’asteroide, come nel cinema, ma a una certa distanza dalla sua superficie. I risultati indicano che la radiazione generata dall’esplosione potrebbe trasferire abbastanza energia alla roccia da modificarne il movimento o, in determinate condizioni, provocarne una frammentazione estesa. Una strategia estrema, pensata soprattutto per minacce difficili da affrontare con sistemi meno energetici.
Non servirebbe perforare l’asteroide
Uno degli aspetti più interessanti è proprio questo: non sarebbe necessario far atterrare l’ordigno. Raggiungere un asteroide che ruota e possiede una superficie irregolare è già complicato; atterrarvi, perforarlo e inserire un dispositivo sarebbe enormemente più difficile. L’alternativa studiata è una detonazione standoff, effettuata a metri dalla superficie. Nel vuoto dello spazio non si propagherebbe un’onda d’urto atmosferica come quella prodotta da un’esplosione sulla Terra. A fare il lavoro sarebbero soprattutto i raggi X liberati dall’esplosione nucleare, capaci di investire direttamente la superficie dell’asteroide.
I raggi X trasformerebbero la superficie in un piccolo razzo
Il meccanismo è sorprendentemente elegante. I raggi X depositerebbero energia in un sottile strato superficiale della roccia, riscaldandolo violentemente fino a provocarne vaporizzazione e ablazione. Il materiale espulso ad alta velocità produrrebbe per reazione una spinta nella direzione opposta, modificando la velocità dell’asteroide. Non occorre necessariamente spostarlo di migliaia di chilometri immediatamente: se l’intervento avvenisse con sufficiente anticipo, anche una piccola variazione della velocità potrebbe accumularsi durante il viaggio e trasformarsi in una distanza abbastanza grande da evitare la Terra. È lo stesso principio generale che rende la deviazione precoce molto più conveniente della distruzione all’ultimo momento.
Le simulazioni hanno usato un ordigno da un megatone
Nel nuovo lavoro i ricercatori hanno simulato gli effetti di una detonazione nucleare da un megatone vicino a un asteroide di circa 160 metri, dimensioni paragonabili a quelle di Dimorphos, il bersaglio della missione DART della NASA. Un oggetto di questa scala potrebbe provocare conseguenze devastanti su un’area molto vasta in caso di impatto. Gli scienziati hanno modellato differenti materiali e distanze dell’esplosione per capire come l’energia si propagherebbe nella struttura. I risultati mostrano che la risposta dipende fortemente dalla composizione dell’asteroide: una massa compatta e una struttura porosa, simile a un ammasso di detriti, possono reagire in maniera profondamente differente.
Più lontano, in alcuni casi, potrebbe funzionare meglio
Uno dei risultati più controintuitivi riguarda la distanza della detonazione. In una simulazione basata su materiale simile alla meteorite di Chelyabinsk, un’esplosione posta a 25 metri dalla superficie produceva un danneggiamento più diffuso rispetto a una collocata a 10 metri. Dopo 68 millisecondi, circa il 92,6% del modello risultava completamente danneggiato nel primo caso, contro il 78,1% nella simulazione più ravvicinata. Il motivo è geometrico: allontanando la sorgente, una quantità inferiore di energia raggiunge ogni singolo punto, ma i raggi X investono una porzione maggiore della superficie. Questo suggerisce che la strategia ottimale potrebbe non essere semplicemente “avvicinarsi il più possibile”.
Deviare o distruggere? Dipende dal tempo disponibile
La distinzione fondamentale è tra deflessione e distruzione. Se un asteroide viene scoperto molti anni prima dell’impatto, la soluzione preferibile può essere modificarne delicatamente l’orbita. Se invece l’allarme arriva tardi o l’oggetto è particolarmente grande, potrebbe essere necessario frammentarlo e disperderne i pezzi affinché la maggior parte manchi la Terra. Anche questo scenario presenta rischi: una frammentazione insufficiente potrebbe trasformare un singolo asteroide in numerosi proiettili ancora diretti verso il pianeta. Un’analisi NASA pubblicata nel 2026 ha confermato che dispositivi nucleari potrebbero offrire opzioni importanti proprio negli scenari più difficili, compresi quelli caratterizzati da elevata incertezza.
DART ha già dimostrato che possiamo spostare un asteroide
L’umanità ha già effettuato il primo vero esperimento di deviazione asteroidale. Nel 2022 la missione DART della NASA ha colpito deliberatamente Dimorphos, un piccolo satellite di circa 160 metri, modificandone l’orbita attorno all’asteroide Didymos. Il periodo orbitale è stato accorciato di circa 32 minuti, dimostrando che un impattatore cinetico può effettivamente modificare il moto di un corpo celeste. DART non utilizzava esplosivi nucleari e Dimorphos non rappresentava una minaccia per la Terra. Il successo ha però fornito una prova essenziale: la traiettoria di un asteroide può essere modificata intenzionalmente con la tecnologia disponibile.
Il vero segreto rimane scoprire il pericolo in anticipo
Nessuno sta proponendo di lanciare bombe nucleari contro gli asteroidi come prima scelta. Una missione nucleare comporterebbe enormi difficoltà tecniche, politiche, legali e di sicurezza, e le nuove simulazioni devono ancora essere validate ulteriormente. Ma la ricerca serve proprio a preparare opzioni prima che un’emergenza esista. Gli asteroidi intorno ai 150 metri possono rappresentare una sfida significativa persino con molti anni di preavviso, secondo recenti analisi NASA. La migliore difesa rimane quindi individuarli con largo anticipo, determinarne orbita e struttura e scegliere la strategia meno rischiosa. Se un giorno comparisse davvero un “city killer” sulla rotta della Terra, però, potremmo avere un’ultima carta da giocare: non far esplodere l’asteroide come nei film, ma utilizzare la radiazione di un’esplosione vicina per spingerlo lontano dal nostro pianeta.
