Scienza

Figli più intelligenti? La genetica mette alla prova i genitori

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Diciamolo senza troppi giri di parole: se un giorno la tecnologia ci permettesse di scegliere, tra diversi embrioni, quello con una maggiore probabilità di sviluppare una maggiore intelligenza, un minore rischio di determinate malattie o un comportamento considerato più desiderabile, quanti di noi direbbero davvero di no?

La domanda è scomoda perché mette in discussione una delle convinzioni più rassicuranti della genitorialità contemporanea: quella secondo cui vorremmo soltanto che i nostri figli fossero sani e felici, indipendentemente da qualsiasi altra caratteristica. Un nuovo studio suggerisce invece che, quando le persone vengono messe davanti a una scelta concreta, il confine tra ciò che consideriamo medico e ciò che consideriamo “desiderabile” può diventare molto più sottile.

La ricerca, pubblicata su Nature Human Behaviour, ha coinvolto oltre 2.000 adulti negli Stati Uniti e in Cina e ha cercato di capire non soltanto cosa le persone dichiarino di ritenere accettabile, ma soprattutto come si comporterebbero davanti a profili genetici differenti.

Dalle malattie alle caratteristiche personali

La fecondazione in vitro ha reso possibile, in determinati contesti, analizzare geneticamente gli embrioni prima del loro trasferimento nell’utero. La diagnosi genetica preimpianto è nata principalmente con l’obiettivo di individuare alcune gravi malattie ereditarie e ridurre il rischio che possano essere trasmesse.

Ma l’evoluzione delle tecnologie genetiche sta aprendo una questione molto più complessa. Alcuni test possono infatti essere utilizzati per stimare, attraverso particolari combinazioni di varianti genetiche, la probabilità futura di alcune caratteristiche non strettamente mediche.

È qui che entra in gioco il tema dell’intelligenza. Non si tratta di individuare un singolo “gene dell’intelligenza”, perché caratteristiche complesse come il QI dipendono dall’interazione di moltissimi fattori genetici e ambientali. I punteggi genetici possono fornire soltanto stime probabilistiche, non certezze sul futuro individuo.

Eppure, proprio queste probabilità sembrano essere sufficienti per influenzare le preferenze.

Cosa sceglierebbero davvero i genitori?

Nella prima parte dello studio, più di 1.400 adulti statunitensi sono stati interrogati sulla loro disponibilità a sottoporre gli embrioni a test relativi a quattro caratteristiche: malattie cardiache, problemi alla vista, basso QI e comportamento antisociale.

Circa due persone su tre hanno dichiarato di essere favorevoli ai test quando riguardavano una condizione di salute come le malattie cardiache. Ma la percentuale rimaneva sorprendentemente elevata anche quando si entrava nel territorio delle caratteristiche non mediche: circa il 61% dei partecipanti si è detto disposto a effettuare test relativi a un basso QI o a un comportamento antisociale.

Il risultato diventa ancora più interessante quando la domanda smette di essere astratta.

A un altro gruppo di partecipanti sono stati presentati i profili genetici di due embrioni ipotetici. Non dovevano più dire semplicemente se considerassero accettabile un determinato test: dovevano scegliere quale embrione impiantare.

Ed è proprio in questa situazione che le dichiarazioni di principio sembrano perdere parte della loro forza.

Quando la probabilità diventa una scelta

I partecipanti tendevano infatti a evitare gli embrioni associati a una probabilità superiore alla media di basso QI o comportamento antisociale, in alcuni casi con una frequenza paragonabile o persino superiore a quella osservata nei confronti di un maggiore rischio di malattie cardiache.

Risultati simili sono emersi anche nel campione cinese, dove in alcune condizioni la tendenza a evitare gli embrioni associati a un basso QI è risultata ancora più marcata.

Il dato non significa che le persone vogliano semplicemente “creare bambini intelligenti”. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più interessante: davanti alla possibilità di ridurre una probabilità considerata negativa, molti sembrano essere disposti a utilizzare l’informazione genetica anche quando quella caratteristica non è una malattia.

La differenza tra prevenire una patologia e scegliere una caratteristica personale comincia così a sfumare.

Perché siamo più severi con ciò che temiamo?

C’è anche un elemento psicologico importante. Studi precedenti avevano rilevato percentuali molto più basse di accettazione quando le domande riguardavano direttamente la selezione di caratteristiche desiderabili, come una maggiore intelligenza o determinati tratti della personalità.

In questa nuova ricerca, invece, venivano presentate soprattutto caratteristiche formulate in termini negativi: basso QI, comportamento antisociale, malattia.

Potrebbe sembrare una differenza linguistica, ma non lo è. Dire “sceglieresti un embrione con una maggiore probabilità di essere intelligente?” evoca l’idea di progettare un figlio. Dire “sceglieresti di evitare un embrione con una maggiore probabilità di avere un basso QI?” attiva invece un’altra cornice mentale: quella della prevenzione.

Ed è proprio questa distinzione a mostrare quanto le nostre decisioni siano influenzate dal modo in cui una possibilità viene presentata.

Il caso dei problemi alla vista

Una caratteristica ha seguito un percorso diverso: i problemi alla vista.

I partecipanti sono risultati più propensi a scegliere un embrione associato a una maggiore probabilità di problemi visivi rispetto a uno associato alle altre caratteristiche considerate. I ricercatori avevano ipotizzato che questo potesse dipendere dalla possibilità di correggere facilmente molte difficoltà visive attraverso strumenti come gli occhiali.

L’ipotesi, però, non ha trovato una conferma decisiva.

A spiegare maggiormente le scelte sembrava essere piuttosto il peso attribuito a quella caratteristica e la percezione del suo possibile impatto sulla vita futura del bambino.

Ed è un risultato che porta la discussione fuori dal laboratorio. Perché la genetica può fornire una probabilità, ma non può stabilire quanto quella caratteristica renderà una persona felice, realizzata o capace di vivere una buona vita.

Il rischio di confondere previsione e destino

È questo uno dei punti più delicati della questione. Un profilo genetico non è una fotografia del futuro.

L’intelligenza non è scritta in un singolo gene, così come il comportamento non è il risultato automatico di una sequenza di DNA. Ambiente familiare, educazione, condizioni socioeconomiche, relazioni, esperienze, opportunità, salute e moltissimi altri fattori interagiscono continuamente con la predisposizione biologica.

Scegliere un embrione sulla base di una probabilità non significa quindi scegliere un bambino che sarà necessariamente più intelligente o meno incline a determinati comportamenti.

Significa scegliere, eventualmente, una probabilità statistica.

E proprio qui potrebbe nascondersi uno dei rischi maggiori: trasformare una previsione probabilistica in una convinzione sul destino di una persona prima ancora che quella persona sia nata.

La domanda che la tecnologia ci costringe a fare

Lo studio presenta un limite fondamentale: nessuno dei partecipanti stava realmente decidendo il futuro di un figlio. Le situazioni erano ipotetiche e questo rende impossibile sapere se le persone si comporterebbero nello stesso modo davanti a una decisione reale, emotivamente molto più complessa.

Ma il risultato è comunque significativo perché mostra una contraddizione difficile da ignorare. A parole possiamo essere contrari alla selezione genetica delle caratteristiche personali; quando però ci troviamo davanti a due possibilità concrete, potremmo diventare molto più pragmatici.

E allora la questione non è soltanto se la tecnologia ci permetterà di scegliere embrioni con determinate caratteristiche. La domanda più profonda è che cosa considereremo degno di essere scelto.

Perché nel momento in cui cominciamo a selezionare ciò che riteniamo migliore, inevitabilmente iniziamo anche a definire ciò che consideriamo peggiore.

E questo apre un problema che la genetica, da sola, non può risolvere: chi decide quali caratteristiche rendano una vita più desiderabile di un’altra?

Forse il vero cambiamento non sarà tecnologico. Sarà culturale. E riguarderà il modo in cui guarderemo ai nostri figli prima ancora di incontrarli, chiedendoci se siamo davvero pronti ad accettare l’imprevedibilità che da sempre accompagna l’essere umano.

Foto di Anke Sundermeier da Pixabay

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