Mentre numerose popolazioni di pesci soffrono per pesca eccessiva, perdita di habitat e cambiamento climatico, un gruppo di animali sembra aver approfittato, almeno in parte, della trasformazione degli ecosistemi: i cefalopodi, la famiglia che comprende calamari, polpi e seppie. Una grande analisi delle serie temporali globali aveva già mostrato che la loro abbondanza era aumentata nel corso di circa sei decenni, con tendenze positive osservate sia nei dati provenienti dalla pesca sia nei monitoraggi indipendenti. Il fenomeno non significa però che ogni calamaro del pianeta stia aumentando: descrive una tendenza generale dietro la quale si nascondono enormi differenze regionali e tra specie.
Il loro superpotere è vivere velocemente
Uno dei segreti del successo dei calamari potrebbe essere la loro straordinaria flessibilità biologica. Molti cefalopodi crescono rapidamente, raggiungono presto la maturità sessuale e hanno cicli vitali molto più brevi rispetto a numerosi grandi pesci. Le loro popolazioni possono quindi rispondere velocemente ai cambiamenti di temperatura, disponibilità di cibo e condizioni ambientali. Questa plasticità permette ad alcune specie di sfruttare nuove opportunità ecologiche prima che animali più longevi riescano ad adattarsi. È una strategia rischiosa, perché le popolazioni possono anche crollare rapidamente, ma in oceani che cambiano velocemente essere veloci può rappresentare un enorme vantaggio.
Non è semplicemente perché amano l’acqua calda
La spiegazione intuitiva sarebbe attribuire tutto al riscaldamento globale, ma la realtà è più complicata. Temperature maggiori possono accelerare metabolismo e crescita di alcuni cefalopodi entro determinati limiti, mentre possono rendere altre regioni meno adatte. Uno studio sui principali calamari commerciali ha previsto, per esempio, aumenti futuri dell’idoneità dell’habitat in alcune zone del Pacifico settentrionale e dell’Atlantico nord-occidentale, ma diminuzioni per altre specie e regioni. Il cambiamento climatico, dunque, non crea automaticamente un “pianeta dei calamari”: sta piuttosto ridisegnando la loro geografia.
La pesca dei pesci potrebbe aver liberato spazio
C’è poi un fattore meno evidente: siamo stati noi a modificare la competizione. Decenni di intensa pesca hanno ridotto in molti ecosistemi l’abbondanza di alcuni grandi pesci che possono essere predatori o concorrenti dei cefalopodi. Una meta-analisi sugli effetti climatici ha sottolineato come la crescita dell’importanza dei cefalopodi possa essere collegata anche alla sovrapesca degli stock ittici e alla conseguente diminuzione della pressione esercitata da predatori e competitori. In altre parole, i calamari potrebbero non aver semplicemente conquistato nuovi territori: in alcuni casi potrebbero aver trovato nicchie ecologiche lasciate più libere dagli animali che abbiamo pescato.
Ora i calamari si stanno spostando verso nuove latitudini
Il fenomeno è già visibile. Nel Pacifico nord-orientale alcune specie hanno modificato la propria distribuzione seguendo le variazioni della temperatura. Nel 2026 la NOAA ha segnalato che le acque insolitamente calde lungo la costa occidentale nordamericana avevano contribuito a spostare i market squid verso nord, tanto che imbarcazioni della flotta californiana li avevano seguiti fino all’Oregon. Anche uno studio pubblicato nel 2026 sul calamaro volante giapponese (Todarodes pacificus) ha mostrato come il cambiamento climatico possa alterare distribuzione e habitat idonei, con conseguenze dirette per le attività di pesca.
La loro espansione può trasformare la catena alimentare
I calamari occupano una posizione cruciale nelle reti alimentari marine. Sono predatori voraci di pesci, crostacei e altri organismi, ma costituiscono contemporaneamente una fonte di cibo fondamentale per tonni, squali, uccelli marini, foche e cetacei. Se la loro abbondanza o distribuzione cambia, quindi, le conseguenze possono propagarsi sia verso le prede sia verso i predatori. Inoltre, la crescente importanza dei cefalopodi ha già un risvolto economico: le catture mondiali sono aumentate di oltre il 400% dagli anni Sessanta fino a raggiungere circa 3,6 milioni di tonnellate nel 2020, secondo i dati riassunti in una meta-analisi.
Ma anche i “vincitori” possono diventare perdenti
Definire i cefalopodi vincitori del cambiamento climatico rischia però di essere fuorviante. Modelli globali sulla distribuzione di 161 specie costiere hanno previsto che, entro la fine del secolo, la maggior parte potrebbe subire una contrazione dell’habitat climaticamente adatto. Nello scenario analizzato, il 96% delle specie di calamari considerate mostrava una riduzione potenziale dell’areale idoneo. In Europa, altri modelli prevedono condizioni progressivamente più favorevoli nel Mare del Nord, in quello norvegese e nel Baltico, ma peggiori nel Mediterraneo e nel Golfo di Biscaglia. Il successo attuale non garantisce quindi quello futuro.
I calamari sono soprattutto un segnale di quanto abbiamo cambiato il mare
La vera storia non è dunque quella di un esercito di calamari destinato a dominare gli oceani. È quella di animali opportunisti, rapidi e altamente adattabili che stanno reagendo a ecosistemi trasformati simultaneamente da riscaldamento, pesca e alterazioni delle reti alimentari. L’aumento globale osservato nel passato potrebbe continuare in alcune regioni e invertirsi in altre. Proprio per questo i cefalopodi possono diventare indicatori preziosi della velocità con cui gli oceani stanno cambiando. Se in futuro incontreremo più calamari in mari dove un tempo erano meno comuni, la spiegazione più interessante potrebbe non essere che questi animali abbiano improvvisamente iniziato a prosperare, ma che abbiamo trasformato l’oceano in un ambiente nel quale la loro particolare strategia di vita può, almeno temporaneamente, avere la meglio.
