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JWST, svelato il mistero dei “puntini rossi”? Potrebbero essere buchi neri che crescono a velocità estrema

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Da quando il James Webb Space Telescope ha iniziato a osservare l’Universo profondo, gli astronomi si sono trovati davanti a una popolazione inattesa di oggetti minuscoli, compatti e rossastri. Sono stati soprannominati Little Red Dots, piccoli puntini rossi, e compaiono soprattutto quando osserviamo il cosmo com’era nei suoi primi miliardi di anni. Alcuni mostrano caratteristiche compatibili con buchi neri in accrescimento, ma sono così numerosi e insoliti da aver messo in difficoltà i modelli tradizionali. Un nuovo studio su Nature propone ora una possibile spiegazione: potremmo assistere direttamente alla nascita e alla crescita rapidissima dei primi buchi neri supermassicci.

Il problema dei buchi neri comparsi troppo presto

Gli astronomi conoscono da tempo buchi neri giganteschi esistiti quando l’Universo aveva meno di un miliardo di anni. Il problema è spiegare come siano riusciti a diventare così grandi così rapidamente. Se un buco nero nasce dal collasso di una normale stella massiccia e poi cresce divorando materia a un ritmo relativamente convenzionale, il tempo disponibile può essere insufficiente per raggiungere centinaia di milioni o miliardi di masse solari. Le osservazioni del Webb hanno aggravato il mistero mostrando numerosi buchi neri apparentemente troppo massicci rispetto alle giovani galassie che li ospitano.

Un supercomputer ha ricostruito l’Universo primordiale

Per capire come possano essersi formati, Sunmyon Chon del Max Planck Institute for Astrophysics e colleghi hanno realizzato sofisticate simulazioni cosmologiche radiativo-idrodinamiche. Tra gli strumenti utilizzati c’è ATERUI III, il supercomputer astronomico del National Astronomical Observatory of Japan. Le simulazioni seguono contemporaneamente gravità, dinamica del gas, radiazione, formazione stellare e crescita dei buchi neri in ambienti simili ai protocluster dell’Universo primordiale. L’obiettivo non era semplicemente inserire un buco nero già formato nel modello, ma osservare se le condizioni cosmiche potessero produrlo naturalmente.

Il seme può nascere già enorme

Il risultato è sorprendente. Nelle simulazioni si formano spontaneamente “semi” di buchi neri dell’ordine di un milione di masse solari, circa dieci volte più massicci rispetto ad alcune aspettative teoriche precedenti. È un vantaggio enorme: anziché partire da un piccolo residuo stellare e dover crescere di molti ordini di grandezza, il futuro buco nero supermassiccio comincia già la propria esistenza con una massa gigantesca. Intorno a questi semi si sviluppano inoltre dischi di gas estremamente densi e opachi, capaci di alimentare rapidamente l’oggetto centrale e contemporaneamente modificarne l’aspetto osservabile.

Poi il buco nero supera quello che sembrava un limite

Secondo le simulazioni, questi giovani buchi neri attraversano periodi di accrescimento super-Eddington. Il limite di Eddington descrive il punto in cui la pressione della radiazione prodotta dalla materia che cade verso il buco nero dovrebbe contrastare l’ulteriore ingresso di gas. Non è però una barriera assolutamente invalicabile: in particolari condizioni, flussi molto densi e geometrie favorevoli possono consentire temporaneamente tassi superiori. Nel modello, questo processo permette ai semi di raggiungere circa 30 milioni di masse solari già a redshift 8, quando l’Universo aveva meno di 700 milioni di anni.

Ed è proprio allora che potrebbero apparire come puntini rossi

La parte più interessante è che le simulazioni non producono soltanto buchi neri enormi: generano anche alcune delle caratteristiche osservate nei Little Red Dots. Il giovane buco nero rimane avvolto in un ambiente densissimo e otticamente spesso. Lo scattering degli elettroni nel gas può allargare la riga dell’idrogeno H-alfa in maniera simile a quanto osservato dal Webb. Secondo gli autori, i Little Red Dots potrebbero quindi rappresentare una fase breve e nascosta della crescita: un buco nero molto giovane sta divorando rapidamente il materiale circostante, mentre il suo involucro di gas ne modifica lo spettro.

Le osservazioni stanno rafforzando l’ipotesi dei buchi neri

Altri risultati recenti puntano nella stessa direzione. Nel maggio 2026 gli astronomi hanno ottenuto una misura dinamica diretta della massa del buco nero in un Little Red Dot chiamato Abell 2744-QSO1, osservato a redshift 7,04. La rotazione del materiale è compatibile con un oggetto centrale di circa 50 milioni di masse solari, mentre la componente stellare della galassia ospite sembra sorprendentemente piccola. Gli autori lo descrivono come un possibile enorme seme di buco nero osservato nelle prime fasi dell’accrescimento. Anche altri spettri JWST hanno fornito prove a favore di buchi neri immersi in involucri di gas molto densi.

Il mistero non è ancora definitivamente risolto

Sarebbe però prematuro affermare che tutti i Little Red Dots siano buchi neri supermassicci neonati. La loro natura rimane oggetto di intenso dibattito: sono stati proposti anche sistemi stellari estremamente compatti, stelle supermassicce e scenari ibridi. Il nuovo studio compie comunque un passo importante perché mostra, all’interno di una simulazione cosmologica, una sequenza coerente: nascita di un seme enorme, crescita super-Eddington, fase avvolta nel gas simile a un Little Red Dot e successiva evoluzione verso un buco nero supermassiccio. Se le future osservazioni confermeranno questo scenario, quei minuscoli punti rossi fotografati dal Webb potrebbero essere qualcosa di straordinario: le immagini dell’infanzia dei mostri cosmici che oggi occupano il cuore delle grandi galassie.

Immagine di vecstock su Magnific

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