C’è un virus che, senza fare troppo rumore, è entrato nella vita della maggior parte degli esseri umani. È il virus di Epstein-Barr (EBV), uno degli agenti infettivi più diffusi al mondo: oltre il 90% degli adulti presenta anticorpi che testimoniano un’infezione avvenuta nel corso della vita. Nella maggioranza dei casi l’infezione passa inosservata, soprattutto quando avviene durante l’infanzia. In altri casi, invece, può provocare la mononucleosi infettiva, con febbre, forte stanchezza, mal di gola e linfonodi ingrossati.
La caratteristica più particolare dell’EBV è però ciò che accade dopo la prima infezione. Come altri herpesvirus, una volta entrato nell’organismo può rimanere per tutta la vita, mantenendosi prevalentemente in uno stato di latenza. Il sistema immunitario riesce normalmente a controllarlo, ma il virus non viene semplicemente cancellato. In condizioni di immunosoppressione può riattivarsi e, nelle persone più vulnerabili, contribuire a complicanze importanti. L’EBV è inoltre associato a diverse patologie oncologiche, tra cui alcuni linfomi e il carcinoma nasofaringeo.
È proprio questa capacità di entrare nelle cellule, stabilirsi nell’organismo e rimanere nascosto che rende il virus un bersaglio particolarmente difficile.
La strategia: fermare il virus prima che entri nelle cellule
Il nuovo lavoro pubblicato su Cell Reports Medicine si inserisce in una delle direzioni più interessanti della ricerca sull’EBV: impedire al virus di infettare le cellule umane prima che l’infezione possa stabilirsi.
I ricercatori hanno concentrato l’attenzione su due proteine presenti sulla superficie del virus, chiamate gp350 e gp42. Non sono semplicemente elementi strutturali: svolgono un ruolo fondamentale nel processo attraverso cui l’EBV riconosce e penetra nelle cellule, comprese le cellule B, una componente essenziale del nostro sistema immunitario. Colpire queste proteine significa quindi tentare di interrompere uno dei passaggi iniziali della strategia utilizzata dal virus.
Per individuare anticorpi particolarmente efficaci, gli scienziati hanno utilizzato topi transgenici dotati di geni capaci di produrre anticorpi umani. Dopo l’esposizione alle proteine virali, le cellule B degli animali hanno prodotto una serie di anticorpi diretti contro gp350 e gp42. Dalla selezione sono emersi dieci nuovi anticorpi monoclonali neutralizzanti: due rivolti contro gp350 e otto contro gp42.
Il risultato più interessante non è quindi semplicemente il numero degli anticorpi individuati, ma la loro capacità, osservata negli esperimenti, di interferire con l’infezione virale. I candidati sono stati successivamente studiati in laboratorio e in modelli murini dotati di un sistema immunitario umanizzato. È un passaggio importante nella ricerca, ma anche il punto in cui occorre evitare di trasformare una scoperta promettente in una terapia che ancora non esiste.
Perché potrebbe essere importante soprattutto per le persone immunodepresse
L’eventuale applicazione più immediata di una strategia di questo tipo potrebbe riguardare le persone nelle quali l’EBV rappresenta un rischio maggiore. È il caso, per esempio, di alcuni pazienti sottoposti a trapianto di organo o di cellule staminali ematopoietiche, procedure che richiedono spesso terapie immunosoppressive.
Quando il sistema immunitario viene intenzionalmente indebolito, controllare un virus che normalmente rimane sotto sorveglianza può diventare molto più difficile. In queste circostanze l’EBV può essere coinvolto nei disturbi linfoproliferativi post-trapianto (PTLD), caratterizzati da una proliferazione anomala dei linfociti che, in alcuni casi, può evolvere verso forme tumorali. L’EBV è infatti riconosciuto come uno dei virus capaci di provocare complicanze particolarmente rilevanti nelle persone immunocompromesse.
Da qui nasce l’idea di utilizzare anticorpi neutralizzanti non necessariamente per curare una malattia già comparsa, ma come forma di protezione preventiva. Se fosse possibile impedire al virus di entrare nelle cellule prima che l’infezione si stabilizzi, si potrebbe teoricamente ridurre il rischio di alcune complicanze nelle persone maggiormente esposte.
È una differenza fondamentale: prevenire l’infezione non significa eliminare il virus già presente nell’organismo. Gli anticorpi descritti nello studio non hanno dimostrato di poter cancellare l’EBV latente e non possono essere considerati, sulla base di questi risultati, una cura per le patologie già associate al virus.
Dalla scoperta in laboratorio alla medicina c’è ancora molta strada
È proprio qui che la notizia deve essere letta con prudenza. Gli esperimenti condotti finora rappresentano un risultato scientificamente interessante, ma non dimostrano ancora che questi anticorpi siano sicuri o efficaci nell’uomo.
Prima di arrivare a un eventuale utilizzo clinico saranno necessari ulteriori studi per capire come questi anticorpi si comportano nell’organismo, quanto a lungo rimangono attivi, quale dose sarebbe necessaria, quali potrebbero essere gli effetti indesiderati e soprattutto se la protezione osservata nei modelli sperimentali può essere riprodotta nelle persone.
La ricerca sull’EBV è particolarmente importante anche perché il virus non è interessante soltanto per la mononucleosi. La sua presenza è stata collegata a diversi tumori e negli ultimi anni il rapporto tra infezione da EBV e sclerosi multipla è diventato uno degli ambiti di ricerca più studiati. Questo non significa, naturalmente, che avere contratto l’EBV equivalga a sviluppare una di queste malattie: la stragrande maggioranza delle persone infettate non sviluppa tali complicanze. Il virus rappresenta però un importante fattore biologico all’interno di processi molto più complessi.
Un virus quasi invisibile, ma biologicamente molto sofisticato
Forse è proprio questo l’aspetto più affascinante della scoperta. L’EBV è talmente comune da sembrare quasi irrilevante nella vita quotidiana. Molte persone lo incontrano senza nemmeno sapere di averlo fatto. Eppure, una volta entrato nell’organismo, possiede una strategia estremamente sofisticata: infetta, viene controllato dal sistema immunitario e può rimanere nascosto per decenni.
La nuova ricerca prova ad affrontare il problema da un’altra prospettiva: non inseguire il virus quando si è già insediato, ma cercare di bloccarlo sulla soglia, impedendogli di compiere il primo passo verso l’infezione.
È ancora presto per sapere se questi anticorpi diventeranno un giorno uno strumento di prevenzione utilizzabile nella pratica clinica. Ma la direzione è significativa: riuscire a neutralizzare l’EBV prima che raggiunga le cellule potrebbe offrire una nuova possibilità soprattutto a chi, per motivi medici, non dispone di un sistema immunitario sufficientemente forte per controllarlo.
Per ora, dunque, non siamo davanti alla scoperta di una cura definitiva contro un virus che accompagna milioni di persone per tutta la vita. Siamo davanti a qualcosa di più concreto e, proprio per questo, più interessante: un nuovo possibile modo per impedire al virus di iniziare la sua partita.
E nella ricerca medica, a volte, riuscire a fermare un nemico prima che entri dalla porta può essere importante quanto imparare a combatterlo una volta che si è già nascosto dentro casa.
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