Quando si studiano le origini dell’autismo, l’attenzione si concentra inevitabilmente sul cervello. Una nuova ricerca suggerisce però di osservare anche un organo destinato a scomparire alla nascita: la placenta. Ricercatori del Cold Spring Harbor Laboratory hanno scoperto nei topi che l’attivazione del sistema immunitario materno durante una specifica fase della gravidanza può alterare alcune cellule placentari e associarsi successivamente a caratteristiche comportamentali simili a quelle studiate nei modelli animali dell’autismo. La placenta potrebbe quindi rappresentare uno dei passaggi attraverso cui alcuni eventi prenatali influenzano lo sviluppo neurologico.
La placenta è molto più di un sistema per nutrire il feto
La placenta viene spesso immaginata come un semplice collegamento attraverso cui ossigeno e nutrienti raggiungono il bambino. In realtà è un organo endocrino, metabolico e immunologico estremamente complesso. Deve permettere gli scambi tra madre e feto e, contemporaneamente, contribuire a regolare il delicato rapporto immunitario tra due organismi geneticamente differenti. Proprio per questa posizione strategica può rispondere a infiammazione, infezioni e altri cambiamenti dell’ambiente materno. Gli scienziati stanno quindi cercando di capire se alcune alterazioni placentari possano influenzare indirettamente il cervello durante finestre particolarmente sensibili dello sviluppo prenatale.
I ricercatori hanno simulato un’infezione durante la gravidanza
Il gruppo guidato da Lucas Cheadle e Irene Sanchez Martin ha utilizzato un modello di attivazione immunitaria materna. Le femmine di topo gravide hanno ricevuto una sostanza capace di simulare la risposta immunitaria provocata da un’infezione virale, senza provocare una vera infezione. Gli studiosi hanno ripetuto l’esperimento in differenti momenti della gestazione per individuare eventuali finestre di maggiore vulnerabilità. Il punto critico è risultato il giorno embrionale 12,5: quando l’infiammazione veniva indotta in quel momento, circa un terzo dei feti mostrava già entro 24 ore segni di sviluppo alterato.
La sorpresa più grande riguardava i feti maschi
L’effetto non era distribuito uniformemente. Nei diversi esperimenti, le alterazioni associate al modello emergevano nei feti maschi, mentre le femmine risultavano molto più resistenti. Il dato ha attirato particolare attenzione perché l’autismo viene diagnosticato più frequentemente nei maschi. Ancora più sorprendente è il momento in cui compare la differenza: secondo gli autori, precede importanti ondate ormonali e diversi processi di differenziazione sessuale del cervello. Ciò suggerisce che almeno una parte delle differenze tra i sessi potrebbe iniziare molto precocemente e coinvolgere strutture esterne al sistema nervoso.
L’indizio decisivo è comparso nella placenta
Per capire perché alcuni embrioni fossero vulnerabili e altri no, gli scienziati hanno esaminato la zona giunzionale della placenta, dove si incontrano componenti materne e fetali. L’attenzione si è concentrata sugli spongiotrofoblasti. Nei feti che continuavano a svilupparsi normalmente questa regione appariva conservata; nei maschi che mostravano alterazioni, invece, le cellule presentavano segni di danno e l’architettura placentare risultava compromessa. Gli spongiotrofoblasti contribuiscono anche alla regolazione dell’ambiente immunitario della gravidanza: danneggiarli potrebbe quindi modificare il delicato equilibrio tra risposta materna e protezione del feto.
Potrebbe esistere una sorta di conflitto immunitario madre-feto
Gli autori propongono un meccanismo particolarmente interessante. In condizioni normali la placenta aiuta il sistema immunitario materno a tollerare il feto. Dopo una forte attivazione immunitaria, questa protezione potrebbe indebolirsi in alcuni embrioni. I dati suggeriscono che specifiche caratteristiche dei maschi possano renderli più vulnerabili alla risposta materna, mentre nelle femmine potrebbe esistere un meccanismo protettivo differente. Un altro studio del 2026 ha effettivamente trovato risposte immunitarie placentari diverse in base al sesso nel contesto dell’attivazione immunitaria materna, rafforzando l’interesse per questa ipotesi.
Ma questo non significa che un’infezione in gravidanza provochi l’autismo
È la cautela più importante. La ricerca è stata condotta nei topi, utilizzando una stimolazione immunitaria sperimentale. Parlare di “comportamenti autism-like” negli animali non equivale a diagnosticare l’autismo umano. L’autismo è una condizione neuroevolutiva estremamente eterogenea alla quale contribuiscono numerosi fattori genetici e biologici. Studi sull’uomo hanno trovato associazioni tra alcune forme di infiammazione o disfunzione placentare e una maggiore probabilità di diagnosi, ma un’associazione non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto.
La placenta potrebbe diventare una finestra sullo sviluppo del cervello
La scoperta apre soprattutto una nuova prospettiva: la vulnerabilità neuroevolutiva potrebbe lasciare tracce fuori dal cervello molto prima della nascita. Una ricerca umana pubblicata nel 2026 ha inoltre associato l’infiammazione placentare cronica a differenze nella connettività cerebrale fetale e, successivamente, a tratti correlati all’autismo, pur senza dimostrare causalità. Anche un recente preprint ha identificato differenze nell’espressione di numerosi geni nelle placente di bambini successivamente diagnosticati con autismo, un risultato ancora in attesa di revisione tra pari. La placenta, dunque, non sembra essere un semplice spettatore della gravidanza: potrebbe diventare una preziosa finestra biologica per capire quando e attraverso quali percorsi iniziano alcune traiettorie dello sviluppo neurologico.
