Un farmaco nato per combattere i parassiti intestinali potrebbe diventare il punto di partenza per una nuova strategia contro l’endometriosi. Si chiama niclosamide ed è un antielmintico utilizzato da decenni contro alcune infezioni parassitarie, comprese quelle provocate dalle tenie. Ora un gruppo di ricercatori statunitensi lo ha trasformato in una nanoterapia progettata per raggiungere selettivamente alcune cellule immunitarie coinvolte nelle lesioni endometriosiche. Nei topi il trattamento ha ridotto numero e dimensioni delle lesioni e migliorato l’ipersensibilità associata alla malattia. I risultati, pubblicati su Advanced Healthcare Materials, rappresentano però ancora una prova preclinica.
Perché l’endometriosi è così difficile da trattare
L’endometriosi è una patologia cronica nella quale tessuto simile all’endometrio cresce al di fuori dell’utero, provocando infiammazione, dolore pelvico e, in alcune persone, problemi di fertilità. Le terapie farmacologiche disponibili sono prevalentemente ormonali, mentre in determinati casi si ricorre alla chirurgia. Il problema è che i trattamenti non funzionano allo stesso modo per tutte e la malattia può ripresentarsi. Inoltre, sopprimere l’attività ormonale può comportare effetti indesiderati e interferire con il desiderio di gravidanza. Per questo la ricerca sta cercando trattamenti non ormonali capaci di intervenire sui meccanismi che sostengono le lesioni.
La niclosamide aveva già attirato l’attenzione degli scienziati
L’idea non nasce dal nulla. Già nel 2016 esperimenti condotti sui topi avevano mostrato che la niclosamide poteva rallentare la crescita delle lesioni endometriosiche. Studi successivi hanno suggerito che il farmaco interferisce con vie molecolari coinvolte nell’infiammazione, comprese STAT3 e NF-κB. I ricercatori avevano inoltre osservato effetti sui macrofagi, cellule del sistema immunitario che possono contribuire all’ambiente infiammatorio caratteristico dell’endometriosi. Il problema era trasformare un farmaco antiparassitario poco solubile in acqua in un trattamento capace di arrivare efficacemente proprio dove serve, limitando l’esposizione del resto dell’organismo.
Il nuovo sistema funziona come un “corriere” microscopico
Per superare questo ostacolo gli scienziati hanno costruito un nanovettore dendrimerico coniugato con acido folico e 2-deossiglucosio, al quale hanno legato la niclosamide. Il risultato, chiamato FA-2DG-D-Niclo, migliora la solubilità del farmaco e ne permette un rilascio controllato all’interno delle cellule. Ma soprattutto sfrutta il recettore del folato beta, FRβ, presente in una popolazione di macrofagi associata alla progressione dell’endometriosi. Il sistema si accumulava preferenzialmente nelle lesioni e veniva internalizzato proprio dai macrofagi FRβ-positivi, mostrando contemporaneamente una limitata permanenza negli organi non bersaglio.
Una sola dose ha ridotto le lesioni nei topi
Nel modello animale, i ricercatori hanno somministrato una singola dose intraperitoneale della nuova formulazione, equivalente a 25 oppure 50 milligrammi di niclosamide per chilogrammo di peso corporeo. Due settimane più tardi, entrambe le dosi avevano significativamente ridotto il carico di macrofagi FRβ-positivi. Ma il risultato più interessante riguardava direttamente la malattia: erano diminuiti sia il numero sia il volume delle lesioni endometriosiche. L’effetto suggerisce che colpire selettivamente questa particolare popolazione immunitaria possa modificare l’ambiente che permette alle lesioni di svilupparsi e mantenersi.
È migliorata anche l’ipersensibilità associata alla malattia
Ridurre una lesione non significa necessariamente ridurre il dolore, uno dei sintomi più invalidanti dell’endometriosi. Nell’esperimento, però, il trattamento ha prodotto anche un netto miglioramento dell’iperalgesia, cioè dell’eccessiva sensibilità agli stimoli dolorosi. Studi precedenti dello stesso filone di ricerca avevano mostrato che la niclosamide può ridurre infiammazione, innervazione e formazione di nuovi vasi nelle lesioni sperimentali. I macrofagi sembrano infatti partecipare a una rete di segnali capace di favorire contemporaneamente infiammazione e sensibilizzazione dei nervi. Colpirli potrebbe quindi agire non soltanto sulla crescita delle lesioni, ma anche su alcuni meccanismi associati al dolore.
Il vantaggio potenziale è soprattutto essere una terapia non ormonale
Se l’approccio funzionasse nell’uomo, la caratteristica più interessante sarebbe l’assenza di un meccanismo direttamente ormonale. Le attuali terapie farmacologiche comprendono progestinici e farmaci che modulano l’asse del GnRH, efficaci in molte pazienti ma non ideali in ogni situazione. Una nanoterapia indirizzata verso specifiche cellule immunitarie potrebbe teoricamente offrire un approccio differente. Inoltre la niclosamide non è una molecola completamente nuova: possiede già una lunga storia come antiparassitario. Ciò non significa, tuttavia, che la nuova formulazione abbia automaticamente la stessa sicurezza, perché dose, via di somministrazione e sistema di trasporto sono differenti.
Per ora nessuna paziente è stata curata con questo trattamento
È la distinzione essenziale dietro una notizia molto promettente. Lo studio dimostra una prima efficacia in un modello murino di endometriosi, non nelle donne. Non sappiamo ancora se il nanofarmaco raggiungerà allo stesso modo le lesioni umane, quale dose sarebbe necessaria, quali effetti collaterali potrebbe produrre o se riuscirebbe davvero a controllare dolore e progressione nel lungo periodo. Gli stessi ricercatori considerano il lavoro una base per sviluppare una terapia mirata ai macrofagi. La scoperta, dunque, non offre ancora un nuovo farmaco disponibile in ambulatorio, ma indica una strada interessante: invece di sopprimere gli ormoni, potrebbe essere possibile colpire selettivamente le cellule immunitarie che aiutano l’endometriosi a mantenere il proprio ambiente infiammatorio.
