Immaginare il “giorno peggiore” dell’umanità significa confrontarsi con eventi che, proprio per la loro rarità, tendiamo a considerare quasi irreali. Una supereruzione vulcanica, una guerra nucleare su larga scala, una tempesta solare estrema capace di compromettere le infrastrutture elettriche: scenari molto diversi tra loro, ma accomunati da una caratteristica precisa. Se si verificassero nella loro forma più estrema, non rimarrebbero confinati al luogo in cui hanno avuto origine.
Il problema non è soltanto la catastrofe in sé. È ciò che potrebbe accadere dopo.
Un evento estremo potrebbe infatti interrompere contemporaneamente trasporti, produzione agricola, distribuzione dell’energia, disponibilità di fertilizzanti e commercio internazionale. In un’economia globale costruita sull’interdipendenza, la vulnerabilità non coincide più soltanto con la distanza geografica dall’evento: una crisi che nasce dall’altra parte del mondo può arrivare fino alla nostra tavola attraverso una catena di approvvigionamento interrotta.
È questa la ragione per cui alcuni ricercatori chiedono di considerare con maggiore attenzione i cosiddetti rischi catastrofici globali.
Quando il cielo cambia e il raccolto fallisce
Uno degli scenari più studiati riguarda una grande eruzione vulcanica.
Nel 1815 il Tambora, in Indonesia, produsse una delle più potenti eruzioni della storia recente. L’enorme quantità di materiale immessa nell’atmosfera contribuì al raffreddamento del clima e al 1816, passato alla storia come l’“anno senza estate”. Gli effetti non rimasero confinati all’area del vulcano: le anomalie climatiche contribuirono a compromettere i raccolti in diverse regioni dell’emisfero settentrionale.
Le ricostruzioni basate sui dati degli archivi naturali, compresi i ghiacci polari, suggeriscono che eruzioni della scala di Tambora o superiori non siano impossibili nel corso di questo secolo. Una stima citata nella letteratura scientifica indica una probabilità nell’ordine di una su sei per un’eruzione di magnitudo 7 o superiore nel XXI secolo, anche se questa cifra rappresenta una stima statistica e non una previsione temporale: non significa che un’eruzione di quelle dimensioni sia “attesa” nei prossimi anni.
La differenza è fondamentale.
Il rischio non è una profezia.
Il vero punto debole è il cibo
Una grande eruzione potrebbe avere conseguenze agricole attraverso un meccanismo relativamente semplice. Il diossido di zolfo liberato nella stratosfera può trasformarsi in aerosol capaci di riflettere parte della radiazione solare, modificando temporaneamente il bilancio energetico dell’atmosfera.
Meno luce e temperature più basse possono significare stagioni agricole più difficili.
Ma il problema moderno è più complesso rispetto a due secoli fa. L’agricoltura contemporanea dipende da energia, carburanti, fertilizzanti, pesticidi, trasporti, infrastrutture digitali e commercio internazionale. Anche se un determinato Paese riuscisse a produrre una quantità sufficiente di cibo, potrebbe trovarsi in difficoltà se non riuscisse a far arrivare carburante alle aziende agricole o fertilizzanti nei campi.
È la vulnerabilità della rete, quindi, a diventare decisiva.
La guerra nucleare e l’effetto “inverno”
Uno scenario ancora più drammatico è quello di una guerra nucleare su larga scala. Le esplosioni non produrrebbero soltanto distruzione immediata: gli incendi nelle aree urbane potrebbero generare enormi quantità di fuliggine, che raggiungerebbe gli strati superiori dell’atmosfera e ridurrebbe la quantità di luce solare che arriva sulla superficie terrestre.
Uno studio pubblicato su Nature Food ha modellato diversi scenari di guerra nucleare e ha stimato conseguenze molto severe sulla produzione alimentare. Nel caso estremo analizzato, associato a una grande guerra tra potenze nucleari, la produzione globale di calorie provenienti dalle colture potrebbe diminuire di circa il 90% dopo tre-quattro anni. Anche lo scenario più piccolo considerato nello studio avrebbe effetti globali rilevanti.
Non si tratta di una previsione di ciò che accadrà, ma di una simulazione di rischio. Ed è proprio questo il suo valore: permette di capire quali conseguenze potrebbero derivare da una perturbazione improvvisa del sistema climatico e alimentare.
E poi c’è il Sole
C’è infine un rischio completamente diverso: una tempesta solare estrema.
Il Sole produce continuamente particelle e radiazioni, ma occasionalmente può verificarsi un’attività geomagnetica molto intensa. L’evento di Carrington del 1859 è diventato il riferimento storico più noto per comprendere cosa potrebbe accadere a infrastrutture tecnologiche molto più dipendenti dall’elettricità rispetto a quelle dell’Ottocento.
Una tempesta geomagnetica estrema potrebbe disturbare reti elettriche, comunicazioni, sistemi satellitari e navigazione. Il problema, ancora una volta, non sarebbe soltanto il blackout. Una prolungata interruzione dell’energia potrebbe ripercuotersi sulla logistica e sull’agricoltura, rendendo più difficile pompare acqua, distribuire carburante, conservare alimenti e movimentare merci.
Il rischio solare, dunque, avrebbe un percorso diverso rispetto a quello di un’eruzione vulcanica, ma potrebbe arrivare a una conseguenza simile: mettere sotto pressione una filiera alimentare estremamente dipendente dalle infrastrutture.
Il paradosso della preparazione
Il paradosso è che prepararsi a un evento rarissimo è politicamente e finanziariamente molto più difficile che prepararsi a un rischio frequente.
Un’alluvione, un terremoto o una pandemia hanno una dimensione che possiamo comprendere attraverso l’esperienza recente. Una crisi alimentare globale provocata da una combinazione di eventi estremi appartiene invece a una categoria diversa: è difficile da immaginare, difficile da simulare e ancora più difficile da comunicare senza generare allarmismo.
Eppure prepararsi non significa necessariamente costruire bunker o accumulare scorte per un’apocalisse.
Significa, molto più concretamente, rendere il sistema meno fragile.
Agricoltura, energia e commercio: la resilienza possibile
Le proposte avanzate dagli studiosi che lavorano su questi scenari riguardano soprattutto la resilienza. Diversificare le fonti alimentari, sviluppare colture capaci di tollerare condizioni difficili, ridurre la dipendenza da singoli fornitori, rafforzare le reti energetiche e mantenere aperti i canali commerciali durante le crisi sono misure che possono essere utili anche in scenari molto meno estremi.
Una delle questioni più delicate riguarda proprio il commercio internazionale. Durante una crisi grave, la tentazione degli Stati potrebbe essere quella di bloccare le esportazioni per proteggere le proprie riserve. Ma se tutti adottassero contemporaneamente la stessa strategia, il risultato potrebbe essere paradossale: cibo disponibile in alcune parti del mondo, ma impossibile da trasferire dove serve.
La sicurezza alimentare globale, quindi, non dipende soltanto da quanto cibo produciamo. Dipende anche dalla nostra capacità di continuare a farlo circolare.
Non sappiamo quando arriverà. Possiamo però decidere quanto saremo vulnerabili
Il punto non è aspettare il “giorno peggiore”. E nemmeno trasformare probabilità scientifiche e simulazioni in profezie.
Il punto è riconoscere che la fragilità di una società moderna può nascere dall’interconnessione stessa che la rende efficiente.
Produciamo cibo a migliaia di chilometri da dove viene consumato, dipendiamo da fertilizzanti prodotti in altri Paesi, da carburanti importati, da reti elettriche complesse e da sistemi logistici che funzionano perché centinaia di componenti continuano contemporaneamente a funzionare.
Finché tutto procede normalmente, questa interdipendenza è una risorsa.
Quando qualcosa si rompe, può diventare un moltiplicatore del rischio.
Forse, allora, la domanda più utile non è se l’umanità sia pronta per la peggiore giornata della sua storia. È un’altra: quanto possiamo rendere resistente il nostro mondo prima che arrivi una giornata che non avevamo previsto?
Perché le catastrofi più difficili da affrontare sono proprio quelle per le quali cominciamo a prepararci soltanto quando sono già cominciate.
Foto di Harsh Ghanshyam da Pixabay
