Il ritmo cerebrale che ci fa sentire “dentro” il nostro corpo

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Sentire che il proprio corpo “ci appartiene” è una delle esperienze più fondamentali dell’essere umano. Eppure, questa sensazione di possesso corporeo non è automatica né garantita: è il risultato di complessi processi cerebrali. Negli ultimi anni, le neuroscienze hanno iniziato a svelare i meccanismi che permettono al cervello di costruire l’idea di un corpo unitario e coerente. Ora, una nuova scoperta suggerisce che esista un preciso ritmo cerebrale coinvolto nel farci percepire il corpo come nostro.

Il cervello come regista del corpo

Il cervello integra continuamente segnali provenienti dalla vista, dal tatto, dalla propriocezione e dall’equilibrio per creare una rappresentazione stabile del corpo. Questo processo è così fluido che raramente ce ne accorgiamo. Tuttavia, quando l’integrazione sensoriale si altera – come avviene in alcune illusioni percettive o disturbi neurologici – il senso di appartenenza corporea può vacillare, dimostrando quanto sia fragile e costruita questa esperienza.

Il ruolo dei ritmi cerebrali

I neuroni comunicano tra loro anche attraverso oscillazioni elettriche, note come ritmi o onde cerebrali. Queste oscillazioni avvengono a diverse frequenze e sono associate a specifiche funzioni cognitive. Gli scienziati hanno scoperto che un particolare ritmo, appartenente alla banda alfa e beta, sembra svolgere un ruolo chiave nel coordinare le informazioni sensoriali necessarie a farci percepire il corpo come unità coerente.

L’esperimento che ha svelato il meccanismo

Utilizzando tecniche di neuroimaging e stimolazione cerebrale non invasiva, i ricercatori hanno osservato come la sincronizzazione di questo ritmo cerebrale aumenti quando una persona riconosce una parte del corpo come propria. Durante esperimenti basati su illusioni corporee – come quella della “mano di gomma” – l’attività oscillatoria cambiava in modo prevedibile, rafforzando o indebolendo la sensazione di appartenenza corporea.

Quando il ritmo si interrompe

Alterazioni di questo ritmo cerebrale potrebbero spiegare alcune condizioni cliniche in cui il senso del corpo risulta compromesso. Disturbi come la depersonalizzazione, alcune forme di schizofrenia o le conseguenze di lesioni cerebrali possono includere la sensazione di essere “separati” dal proprio corpo. Comprendere i meccanismi neurali alla base di queste esperienze apre nuove strade per trattamenti mirati.

Applicazioni nella realtà virtuale e nella riabilitazione

Questa scoperta ha implicazioni anche fuori dal contesto clinico. Nella realtà virtuale, modulare i ritmi cerebrali potrebbe aumentare l’immersività e il senso di presenza in un corpo virtuale. In ambito riabilitativo, stimolare questi ritmi potrebbe aiutare pazienti che hanno perso la percezione di alcune parti del corpo a causa di ictus o traumi neurologici.

Un senso del sé in continua costruzione

Il senso di possesso del corpo non è statico, ma dinamico e adattabile. Il cervello aggiorna costantemente questa percezione in base alle esperienze e al contesto. Il ritmo cerebrale identificato agisce come una sorta di metronomo interno, mantenendo sincronizzati i segnali sensoriali che definiscono i confini del nostro corpo.

Una finestra sull’identità umana

Scoprire il ritmo cerebrale che ci fa sentire “a casa” nel nostro corpo non è solo un passo avanti per le neuroscienze, ma anche una chiave per comprendere l’identità umana. Il corpo, così come lo percepiamo, è una costruzione attiva del cervello. Capire come nasce questa sensazione potrebbe aiutarci a trattare disturbi profondi del sé e a ridefinire il confine tra mente, corpo e tecnologia.

Foto di Kohji Asakawa da Pixabay

Annalisa Tellini
Annalisa Tellini
Musicista affermata e appassionata di scrittura Annalisa nasce a Colleferro. Tuttofare non si tira indietro dalle sfide e si cimenta in qualsiasi cosa. Corista, wedding planner, scrittrice e disegnatrice sono solo alcune delle attività. Dopo un inizio su una rivista online di gossip Annalisa diventa anche giornalista e intraprende la carriera affidandosi alla testata FocusTech per cui attualmente scrive

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