Anche dopo la guarigione dall’infezione acuta da SARS‑CoV‑2, molti pazienti continuano a soffrire di sintomi gastrointestinali e neurologici: diarrea persistente, nausea, dolore addominale, affaticamento, “brain fog” e ansia. Un recente studio su veterani ha evidenziato che anche infezioni lievi possono portare, entro tre anni, a un aumento dell’8 % del rischio di disturbi intestinali e del 10 % di problemi neurologici rispetto alla popolazione mai infettata.
L’infezione da COVID può alterare in modo duraturo la composizione del microbiota intestinale, riducendo la diversità batterica e favorendo ceppi patologici. Questo squilibrio (dysbiosis) è spesso presente in chi soffre di sintomi gastrointestinali cronici anche dopo mesi dalla malattia acuta.
COVID e mente annebbiata: l’intestino potrebbe essere la chiave
La disbiosi può compromettere l’integrità della barriera intestinale, consentendo la traslocazione di tossine e lipopolisaccaridi (LPS) nel flusso sanguigno. Questo innesca una risposta infiammatoria sistemica cronica che può estendersi fino al cervello.
L’asse intestino‑cervello prevede vie neurali (nervo vago), neuroendocrine (asse HPA) e immunitarie. Alterazioni di questo network possono influire sull’umore, la memoria e la cognizione. Nel post‑COVID, si ipotizza che infiammazione intestinale e neuroinfiammazione siano legate proprio a questo disallineamento.
Fenomeni come nausea, irregolarità intestinale, sindrome dell’intestino irritabile e dispepsia possono manifestarsi o persistere a mesi di distanza. Allo stesso tempo emergono ansia, depressione, confusione mentale e disturbi cognitivi. In uno studio su 1.783 sopravvissuti al COVID, circa il 29 % riferiva sintomi GI a 6 mesi, tra cui diarrea, nausea e dolore addominale.
Ripristinare l’equilibrio microbiotico
L’elevata presenza di citochine pro-infiammatorie (IL‑1, IL‑6, TNF‑α), insieme alla possibile disgregazione della barriera emato‑encefalica, può promuovere neuroinfiammazione. In modelli animali post‑SARS‑CoV‑2 si osservano anche riduzione della neurogenesi e perdita di mielina, associati a deficit cognitivi persistenti.
Si studiano approcci terapeutici mirati alla riparazione dell’intestino (dietoterapia, probiotici e prebiotici, stimolazione del nervo vago, persino trapianti di microbiota fecale in casi selezionati), con l’obiettivo di ripristinare l’equilibrio microbiotico e ridurre l’infiammazione sistemica.
Gli effetti a lungo termine post‑COVID su intestino e cervello, pur con un aumento del rischio individuale contenuto, interessano potenzialmente milioni di persone vista l’estesa diffusione del virus. Ciò apre nuove sfide per la diagnosi e il trattamento del Long COVID, con l’asse intestino‑cervello al centro della ricerca clinica futura.
Foto di Kateryna Hliznitsova su Unsplash

