Viviamo in un’epoca in cui salvare equivale quasi automaticamente a ricordare. Una frase interessante, una fotografia, una schermata di una conversazione, una pagina web o un’immagine che potrebbe tornarci utile finiscono rapidamente nella memoria dello smartphone, con la rassicurante sensazione di averle messe al sicuro. Ma proprio questo gesto quotidiano e apparentemente innocuo potrebbe avere un effetto inatteso: scattare uno screenshot può interferire con la memoria.
A suggerirlo è un nuovo studio pubblicato sulla rivista Memory & Cognition, nel quale un gruppo di ricercatori ha analizzato il rapporto tra acquisizione di schermate, attenzione e capacità di ricordare le informazioni osservate. I risultati, ottenuti attraverso sette esperimenti e 892 studenti universitari, mostrano un dato interessante: quando i partecipanti scattavano uno screenshot di un’immagine, in seguito tendevano a ricordarla meno rispetto a quando si limitavano a guardarla.
Non significa che ogni screenshot “cancelli” un ricordo, né che salvare un’immagine sia necessariamente dannoso. Il punto è più sottile e riguarda il modo in cui il cervello distribuisce l’attenzione quando sa di poter delegare la conservazione dell’informazione a un dispositivo.
Quando salvare qualcosa ci fa smettere di osservarla
Gli esperimenti hanno coinvolto soprattutto giovani tra i 17 e i 27 anni, ai quali venivano mostrate immagini, in particolare opere d’arte. In alcuni casi i partecipanti dovevano semplicemente osservarle; in altri dovevano scattare uno screenshot. Successivamente veniva introdotta un’attività distraente, come la risoluzione di problemi matematici, prima di verificare quanto fosse rimasto nella loro memoria.
Il test richiedeva un riconoscimento preciso: ai partecipanti veniva mostrata l’immagine originale insieme ad alternative visivamente simili. In alcuni esperimenti, la capacità di riconoscere correttamente ciò che era stato visto scendeva sotto il 60% quando l’immagine era stata acquisita attraverso uno screenshot.
Il dato è interessante soprattutto perché contraddice una convinzione molto diffusa: quella secondo cui registrare digitalmente un’informazione costituisca automaticamente una forma di memoria aggiuntiva. Il telefono conserva effettivamente il contenuto, ma questo non significa che il cervello lo abbia codificato meglio.
La memoria non funziona come la galleria dello smartphone
Il fenomeno può essere interpretato attraverso quello che gli psicologi chiamano scarico cognitivo (cognitive offloading): una parte del lavoro mentale viene affidata a uno strumento esterno.
È un meccanismo che utilizziamo continuamente. Scriviamo un appuntamento sul calendario invece di ricordarlo, impostiamo una sveglia per non dimenticare qualcosa, utilizziamo il navigatore invece di memorizzare una strada. Questi strumenti sono estremamente utili, ma possono modificare il modo in cui investiamo le nostre risorse attentive.
Lo screenshot potrebbe inserirsi nello stesso meccanismo. Nel momento in cui pensiamo “non devo ricordarlo, l’ho salvato”, il cervello potrebbe ridurre lo sforzo necessario per elaborare e consolidare quell’informazione.
Ma c’è anche un’altra possibilità. L’atto stesso di catturare lo schermo potrebbe dividere l’attenzione: invece di concentrarsi esclusivamente su ciò che sta osservando, la persona deve compiere un’azione, decidere quando acquisire l’immagine e verificare che l’operazione sia riuscita.
In altre parole, ciò che dovrebbe essere un aiuto alla memoria potrebbe trasformarsi in una piccola interruzione del processo attentivo.
Non ricordiamo soltanto le immagini, ma anche il contesto
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda la memoria contestuale. I ricercatori non hanno osservato soltanto se i partecipanti ricordassero l’immagine, ma anche se riuscissero a ricordare da dove provenisse o in quale situazione l’avessero incontrata.
Anche sotto questo profilo, gli screenshot non sembravano offrire un vantaggio. In alcuni esperimenti, infatti, chi aveva acquisito le immagini mostrava una memoria più debole anche rispetto alla loro origine.
È un risultato particolarmente significativo perché ricordare qualcosa non significa soltanto conservare un’immagine nella mente. Un ricordo efficace comprende spesso il contenuto, il luogo, il momento, le circostanze e le informazioni che lo accompagnano. Quando questi elementi vengono codificati superficialmente, il ricordo può diventare più fragile.
E se lo screenshot servisse davvero?
La ricerca, però, non autorizza a concludere che fare screenshot faccia sempre male alla memoria. C’è una differenza fondamentale tra salvare qualcosa e poi dimenticarsene e utilizzare quello screenshot come strumento di ripasso.
Negli esperimenti, infatti, le immagini acquisite non venivano successivamente consultate. Nella vita quotidiana, invece, potremmo fotografare una pagina per rileggerla più tardi, salvare una mappa per utilizzarla durante un viaggio oppure acquisire una schermata contenente un’informazione che intendiamo recuperare successivamente.
In questi casi il dispositivo diventa una vera e propria memoria esterna, e la consultazione successiva potrebbe cambiare completamente il quadro. Uno screenshot che viene riguardato, utilizzato e collegato ad altre informazioni non è equivalente a un’immagine che finisce semplicemente in una cartella insieme a centinaia di altre.
Lo stesso studio presenta inoltre alcune sfumature. In uno degli esperimenti, per esempio, il salvataggio di alcune immagini era associato a un piccolo miglioramento nella memoria di una seconda serie di immagini. Il beneficio, tuttavia, risultava inferiore rispetto alla perdita di memoria osservata inizialmente.
Il problema non è lo smartphone, ma come lo utilizziamo
Il risultato più interessante della ricerca, quindi, non è probabilmente l’invito a smettere di fare screenshot. È piuttosto una riflessione sul nostro rapporto con la tecnologia e sulla crescente tendenza a delegare ai dispositivi una parte delle funzioni cognitive.
Lo smartphone è diventato un archivio quasi infinito: fotografie, conversazioni, documenti, appunti, video, articoli, ricevute, indirizzi, idee. Possiamo conservare praticamente tutto. Ma conservare non significa necessariamente apprendere.
Quando vogliamo davvero ricordare qualcosa, potrebbe essere più efficace fermarsi qualche secondo in più, osservare, collegare l’informazione a ciò che già sappiamo e provare a richiamarla successivamente senza guardare lo schermo. Sono proprio questi processi di attenzione, elaborazione e recupero a contribuire alla costruzione di un ricordo più solido.
Lo screenshot può quindi essere un ottimo strumento pratico, ma non necessariamente un alleato della memoria. Se lo utilizziamo come semplice deposito di informazioni, rischiamo di convincerci di aver “messo da parte” qualcosa quando, in realtà, non l’abbiamo mai davvero memorizzato.
E forse è questa la contraddizione più interessante dell’era digitale: abbiamo imparato a non perdere quasi nulla, ma proprio per questo potremmo essere diventati meno abituati a ricordare ciò che vediamo.
Foto di Johnny_Appleseed da Pixabay
