Scienza

Demenza dopo i 90 anni, il rischio non scompare

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Raggiungere i 90 anni con le capacità cognitive ancora intatte potrebbe sembrare la prova di possedere una particolare resistenza alla demenza. La realtà, però, è più complessa. Un nuovo studio pubblicato su The Lancet Healthy Longevity ha analizzato proprio ciò che accade dopo questa soglia, un’età ancora relativamente poco rappresentata nella ricerca. I risultati del progetto statunitense LifeAfter90 indicano che il rischio di sviluppare demenza continua anche tra i cosiddetti oldest-old, le persone più anziane della popolazione. In altre parole, arrivare cognitivamente sani a 90 anni non equivale a essere definitivamente “fuori pericolo”.

Una popolazione che la scienza ha studiato troppo poco

Lo studio LifeAfter90 è particolarmente interessante perché coinvolge una popolazione etnicamente e razzialmente diversificata, caratteristica spesso assente nelle ricerche sull’invecchiamento. I partecipanti, membri del sistema sanitario Kaiser Permanente della California settentrionale, avevano almeno 90 anni ed erano privi di demenza all’inizio dell’osservazione. La loro età media era di circa 92 anni. I ricercatori li hanno sottoposti periodicamente a valutazioni cognitive per verificare quanti sviluppassero demenza e quali caratteristiche fossero associate a una probabilità maggiore o minore di ricevere la diagnosi.

Il rischio continua a crescere nelle età estreme

Il messaggio principale è che la demenza non smette di comparire dopo i 90 anni. È un risultato coerente con precedenti studi sui grandi anziani. Il celebre 90+ Study, per esempio, aveva stimato un’incidenza annuale della demenza del 12,7% tra 90 e 94 anni, del 21,2% tra 95 e 99 e superiore al 40% nei centenari, sebbene queste percentuali provengano da una popolazione e da un periodo differenti e non debbano essere applicate automaticamente a tutti. Anche uno studio italiano sulla popolazione ultraottantenne aveva osservato un’incidenza elevata dopo i 90 anni.

Le donne sembrano avere un rischio maggiore

Nel nuovo LifeAfter90 sono emerse importanti differenze demografiche. Le donne presentavano circa il doppio del rischio di sviluppare demenza rispetto agli uomini. Sono state osservate differenze anche tra gruppi razziali ed etnici: i partecipanti neri mostravano un rischio maggiore rispetto agli asiatici, mentre neri e ispanici presentavano tassi di incidenza superiori rispetto ad alcuni altri gruppi. Questi risultati non indicano necessariamente differenze biologiche innate: salute cardiovascolare, condizioni socioeconomiche, istruzione, discriminazioni e accesso alle cure nell’arco della vita possono contribuire alle disparità osservate.

Anche il famoso gene APOE cambia comportamento

Gli scienziati hanno studiato anche APOE, il gene che presenta alcune delle associazioni più conosciute con la malattia di Alzheimer. La variante APOE4, importante fattore di rischio nelle popolazioni più giovani, mostrava dopo i 90 anni un’associazione complessivamente più limitata, sebbene il rischio risultasse maggiore in alcuni sottogruppi, tra cui uomini e partecipanti neri. Al contrario, APOE2 era associato a una riduzione del rischio di demenza di circa il 60%. Il risultato suggerisce che i fattori genetici possono comportarsi diversamente nelle persone che sono già sopravvissute fino a un’età eccezionalmente avanzata.

Il cervello può sopportare molti danni senza mostrare demenza

Un altro studio del progetto LifeAfter90 ha fornito un indizio ancora più sorprendente. Nelle autopsie di 124 persone morte a un’età media di 96 anni, il 69% presentava almeno tre differenti patologie cerebrali, tra cui alterazioni dell’Alzheimer, arteriolosclerosi, microinfarti, corpi di Lewy e depositi di TDP-43. Eppure il 41% risultava cognitivamente normale all’ultima valutazione effettuata in vita. Questo divario tra danno neuropatologico e capacità cognitive suggerisce l’esistenza di meccanismi di resilienza cerebrale che potrebbero permettere ad alcune persone di tollerare notevoli alterazioni senza sviluppare demenza clinicamente evidente.

Anche una semplice lamentela sulla memoria può contare

Essere cognitivamente sani non significa nemmeno ignorare eventuali cambiamenti. Un’altra analisi del 90+ Study ha seguito 789 persone senza demenza, con un’età iniziale media di circa 93 anni. Durante un follow-up medio di 3,5 anni, 325 hanno sviluppato demenza. Chi inizialmente riferiva problemi soggettivi di memoria presentava più del doppio del rischio rispetto a chi non li segnalava. Questo non significa che dimenticare un nome o perdere occasionalmente le chiavi annunci necessariamente una malattia: i disturbi di memoria possono avere moltissime cause. Indica però che anche nelle età estreme i cambiamenti cognitivi riferiti dalla persona meritano attenzione.

Il vero mistero potrebbe essere capire chi resiste

Questi risultati cambiano soprattutto la domanda scientifica. Non basta chiedersi perché alcune persone sviluppino demenza: bisogna capire come altre riescano a evitarla nonostante un’età estremamente avanzata e persino importanti alterazioni cerebrali. Studiando questi individui “resilienti”, i ricercatori potrebbero identificare fattori genetici, biologici e ambientali capaci di proteggere le funzioni cognitive. Arrivare a 90 anni senza demenza rimane dunque un segnale favorevole, ma non rappresenta uno scudo permanente. La buona notizia è che proprio le persone che conservano una mente lucida fino a 90, 100 anni e oltre potrebbero custodire alcuni degli indizi più preziosi per comprendere come proteggere il cervello durante l’intero arco della vita.

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