Per decenni abbiamo immaginato l’aterosclerosi soprattutto come un accumulo di colesterolo nelle pareti delle arterie. Oggi sappiamo che questa descrizione è incompleta: la formazione della placca coinvolge lipidi, cellule vascolari e una potente risposta infiammatoria. Un nuovo studio pubblicato il 7 settembre 2026 su Nature Cardiovascular Research aggiunge ora un tassello sorprendente. I ricercatori hanno identificato una coppia formata da un autoanticorpo ad alta affinità e dal suo autoantigene, capace sperimentalmente di aggravare l’aterosclerosi. È uno dei segnali più interessanti finora a favore di una componente autoimmune della malattia.
Nelle arterie malate compaiono strutture simili a piccoli linfonodi
La scoperta parte dai cosiddetti ATLO, artery tertiary lymphoid organs: strutture immunitarie organizzate che possono svilupparsi vicino alle arterie interessate dall’aterosclerosi avanzata. Assomigliano per alcuni aspetti ai tessuti presenti nei linfonodi e ospitano anche cellule B, le cellule del sistema immunitario che producono anticorpi. Gli ATLO erano già stati osservati nell’aterosclerosi murina e umana, comprese regioni associate ad aorta, carotidi e coronarie. La domanda era però decisiva: queste “centrali immunitarie” locali producono anticorpi capaci di attaccare componenti dell’organismo e contribuire direttamente alla malattia?
I ricercatori hanno isolato 60 autoanticorpi
Gli scienziati hanno studiato le cellule B dei centri germinativi presenti negli ATLO di topi predisposti all’aterosclerosi e nei linfonodi di controllo. Attraverso sequenziamento a singola cellula e clonazione hanno ricostruito 60 autoanticorpi, verificando successivamente quali riconoscessero la parete arteriosa e le placche. Tra gli anticorpi reattivi provenienti dagli ATLO, una quota particolarmente elevata riconosceva proprio le lesioni aterosclerotiche. Questo suggerisce che all’interno di queste strutture possa crearsi un ambiente nel quale alcuni normali meccanismi di tolleranza immunologica verso il “self” diventano meno efficienti.
L’anticorpo A6 ha portato gli scienziati all’istone H2B
Tra gli anticorpi analizzati, uno chiamato A6 ha attirato l’attenzione. A6 riconosce con elevata affinità l’istone H2B, una proteina normalmente coinvolta nell’organizzazione del DNA all’interno delle cellule. In condizioni di danno e morte cellulare, tuttavia, componenti normalmente intracellulari possono diventare accessibili al sistema immunitario. Gli autori hanno così individuato una specifica coppia autoanticorpo-autoantigene: A6-H2B. È un passaggio importante perché, per sostenere un autentico meccanismo autoimmune, non basta trovare genericamente infiammazione: occorre dimostrare una risposta immunitaria contro componenti proprie dell’organismo e verificarne la capacità di contribuire alla patologia.
Nei topi l’autoanticorpo accelera davvero le placche
La prova più significativa è arrivata dagli esperimenti sugli animali. Quando A6 è stato trasferito in due modelli murini di aterosclerosi, il carico delle placche è aumentato significativamente rispetto ai controlli, sia con alimentazione standard sia con dieta ricca di grassi. Il fenomeno non era spiegato da differenze nel peso corporeo o nei livelli di lipidi nel sangue. Anche immunizzare i topi contro H2B ha aggravato l’aterosclerosi. Gli esperimenti indicano quindi che, almeno in questi modelli, la risposta autoimmune non è semplicemente una conseguenza innocente della placca: può contribuire attivamente alla sua progressione.
E nell’uomo? C’è un indizio, non ancora una prova
I ricercatori hanno cercato poi lo stesso segnale nelle persone. In una coorte umana, livelli più elevati di anticorpi circolanti anti-H2B risultavano positivamente correlati con la calcificazione dell’aorta toracica, un indicatore del carico aterosclerotico. È un collegamento interessante, ma non dimostra che questi anticorpi provochino le placche nell’uomo. Una correlazione può riflettere anche il fatto che una malattia più avanzata esponga maggiormente determinati autoantigeni e stimoli, di conseguenza, la produzione di anticorpi. Serviranno studi prospettici e meccanicistici sull’uomo per stabilire la direzione del rapporto.
Possiamo allora chiamarla malattia autoimmune? Non ancora
L’aterosclerosi è già considerata una malattia infiammatoria cronica con importanti componenti immunitarie. Da anni vengono descritti linfociti autoreattivi e anticorpi contro molecole come LDL ossidate e proteine della parete vascolare. La situazione, però, è complessa: alcuni anticorpi sembrano favorire l’aterosclerosi, mentre altri possono addirittura avere effetti protettivi. Gli stessi autori ricordano che attualmente le società scientifiche dedicate alle malattie autoimmuni non classificano l’aterosclerosi come una classica patologia autoimmune. La coppia A6-H2B avvicina però la ricerca ad alcuni criteri utilizzati per dimostrare un meccanismo autoimmune.
La scoperta potrebbe cambiare il modo di combattere le placche
Se questi risultati verranno confermati nell’uomo, le conseguenze potrebbero essere importanti. Oggi la prevenzione cardiovascolare punta soprattutto a ridurre LDL, pressione arteriosa, fumo, diabete e altri fattori di rischio, strategie che rimangono fondamentali. La nuova ricerca suggerisce però che in futuro potremmo identificare sottogruppi di pazienti nei quali intervenire anche su specifiche risposte immunitarie o sui meccanismi che permettono alle cellule B autoreattive di sfuggire alla tolleranza. Non esiste ancora una terapia anti-A6 e il nuovo studio non modifica le cure attuali. Ma cambia una domanda fondamentale: la placca potrebbe non essere soltanto il luogo dove si accumulano grassi e infiammazione, bensì anche un teatro nel quale il sistema immunitario finisce per riconoscere come nemico lo stesso organismo che dovrebbe proteggere.
