Scienza

Plastica in gravidanza, possibile legame con sintomi di ADHD e autismo

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L’ambiente chimico in cui si sviluppa un feto potrebbe avere un ruolo, insieme a molti altri fattori, nel successivo neurosviluppo. Una nuova ricerca pubblicata nel 2026 su Environmental Science & Technology ha esaminato l’esposizione durante la gravidanza a ftalati e organofosfati, sostanze presenti in numerosi materiali e prodotti di uso quotidiano. I ricercatori hanno trovato associazioni tra alcuni di questi composti e traiettorie caratterizzate dalla coesistenza di maggiori sintomi di ADHD e tratti autistici durante l’infanzia. Il risultato è interessante, ma non dimostra che queste sostanze causino ADHD o autismo.

Oltre 3.000 coppie madre-bambino sotto osservazione

Lo studio ha utilizzato i dati della Ma’anshan Birth Cohort, in Cina, coinvolgendo 3.040 coppie madre-bambino. Durante i tre trimestri di gravidanza sono stati analizzati nelle urine materne metaboliti di esteri organofosfati e ftalati. I bambini sono stati successivamente valutati a 3, 5 e 6 anni attraverso scale dedicate ai sintomi riconducibili ad ADHD e autismo. Invece di fotografare il comportamento in un unico momento, gli studiosi hanno ricostruito diverse traiettorie nel tempo, cercando di capire se specifiche esposizioni prenatali fossero associate ai gruppi con punteggi persistentemente più elevati.

Alcune sostanze sono risultate associate ai punteggi più elevati

Tra i risultati più rilevanti compare il BEHP, un metabolita di un estere organofosfato: concentrazioni maggiori durante la gravidanza erano associate a una probabilità più elevata di appartenere alla traiettoria con punteggi alti. Nel secondo trimestre sono emerse associazioni positive anche per DPHP, BEHP e monobutilftalato (MBP). Analizzando separatamente i sintomi, alcuni metaboliti risultavano positivamente associati ai tratti autistici o a quelli dell’ADHD. Il quadro, tuttavia, non era uniforme: altre sostanze mostravano associazioni inverse e l’effetto cambiava in funzione del sesso e del periodo della gravidanza.

Il momento dell’esposizione potrebbe essere importante

Il cervello fetale non si sviluppa tutto contemporaneamente. Proliferazione cellulare, migrazione dei neuroni, formazione delle sinapsi e organizzazione dei circuiti avvengono secondo precise finestre temporali. Per questo una stessa esposizione potrebbe avere conseguenze differenti a seconda del trimestre di gravidanza. Lo studio ha effettivamente rilevato associazioni specifiche per periodo e sesso. Un’altra ricerca del 2026 su 3.083 coppie madre-bambino ha trovato a sua volta relazioni complesse tra esposizione prenatale agli ftalati e traiettorie congiunte di sintomi ADHD e autistici, sottolineando quanto sia difficile ridurre il fenomeno a una singola sostanza.

Nel sangue del cordone sono emersi possibili indizi biologici

Gli studiosi hanno inoltre analizzato il metaboloma del sangue del cordone ombelicale, cercando molecole che potessero collegare esposizione e neurosviluppo. Sono emerse alterazioni statisticamente coinvolte in vie metaboliche relative, tra le altre, a purine, pirimidine, biotina e alcuni aminoacidi. Un precedente lavoro sugli ftalati aveva indicato anche metabolismo lipidico, aminoacidico, regolazione immunitaria e retinolo tra i possibili percorsi coinvolti. Sono indizi utili per costruire ipotesi biologiche, ma una mediazione statistica non equivale alla dimostrazione di un meccanismo causale nel cervello umano.

Ftalati e microplastiche non sono la stessa cosa

Quando si parla di “plastica” bisogna evitare un’altra confusione. Gli ftalati sono sostanze chimiche utilizzate, tra le altre applicazioni, per conferire determinate proprietà ai materiali plastici; non sono sinonimo di microplastiche. Una revisione del 2026 ha documentato che micro- e nanoplastiche sono state rilevate in campioni umani come placenta, sangue del cordone, liquido amniotico e latte materno. Ma la stessa revisione sottolinea un limite decisivo: non esistono ancora studi sull’uomo che abbiano direttamente valutato esposizione a micro/nanoplastiche e rischio di autismo. Gli esperimenti sugli animali sono interessanti, ma non possono essere automaticamente trasferiti ai bambini.

La scienza non sta dicendo che la plastica causa l’autismo

ADHD e autismo sono condizioni neuroevolutive complesse, nelle quali intervengono componenti genetiche e molteplici fattori biologici e ambientali. Uno studio osservazionale può individuare associazioni, ma non dimostrare da solo che l’esposizione abbia provocato i sintomi osservati. Esiste inoltre una letteratura non perfettamente concorde: un grande studio ECHO del 2026 su 3.962 coppie madre-bambino, per esempio, non ha trovato associazioni robuste tra una miscela prenatale di interferenti endocrini e sintomi ADHD dopo gli aggiustamenti statistici completi. È proprio questa eterogeneità a rendere necessarie ulteriori ricerche.

Ridurre le esposizioni è ragionevole, senza creare allarmismi

Il messaggio della ricerca non è che una bottiglia di plastica durante la gravidanza determini il futuro neurologico di un bambino. Suggerisce invece che l’esposizione prenatale ad alcune sostanze chimiche merita attenzione, soprattutto perché il periodo fetale rappresenta una fase delicata dello sviluppo. Studi precedenti hanno già collegato miscele di ftalati in gravidanza a differenze nei tratti autistici e in alcuni comportamenti infantili, ma rimangono incertezze sulla causalità e sulle finestre più vulnerabili. Ridurre esposizioni non necessarie a sostanze potenzialmente interferenti con il sistema endocrino può quindi essere un principio prudenziale; ciò che i dati non consentono di affermare è che plastica, ftalati o microplastiche siano una causa dimostrata di autismo o ADHD.

Immagine di jcomp su Magnific

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