Scienza

Ipertensione, scoperta una possibile causa nascosta: potrebbe cambiare il modo di curarla

ipertensione causa cura

Prendere tre farmaci differenti e continuare ad avere la pressione alta è una realtà per molte persone con ipertensione resistente. Perché accada rimane spesso difficile da stabilire. Ora un grande studio genetico internazionale suggerisce che dietro una parte importante di questi casi possa nascondersi un meccanismo biologico sottovalutato: un’alterazione dell’aldosterone, ormone prodotto dalle ghiandole surrenali. Analizzando decine di migliaia di persone, gli scienziati hanno scoperto che numerose varianti genetiche associate alla resistenza ai farmaci sembrano agire proprio attraverso questo sistema ormonale.

Lo studio ha confrontato oltre 47 mila persone

Il gruppo guidato da ricercatori di deCODE genetics ha confrontato i dati genetici di oltre 23.000 pazienti con ipertensione resistente con quelli di più di 24.000 persone nelle quali la pressione veniva controllata più facilmente attraverso i farmaci. I partecipanti provenivano da Islanda, Regno Unito e Stati Uniti. L’analisi ha individuato 24 varianti genetiche associate a una maggiore probabilità di sviluppare ipertensione resistente. Ma il dettaglio sorprendente è arrivato quando gli scienziati hanno cercato di capire quali processi biologici fossero collegati a queste varianti.

Due terzi degli indizi portavano allo stesso ormone

Circa due terzi delle varianti genetiche individuate erano associate anche all’iperaldosteronismo e a concentrazioni più basse di potassio nel sangue. Gli autori hanno inoltre utilizzato analisi genetiche per verificare la direzione dell’associazione, trovando evidenze compatibili con un effetto dell’iperaldosteronismo sul rischio di ipertensione resistente. L’aldosterone era già conosciuto come protagonista di alcune forme di ipertensione secondaria, ma questi risultati suggeriscono che una sua disregolazione possa contribuire a una quota più ampia dei casi difficili da trattare.

Che cosa fa esattamente l’aldosterone

L’aldosterone viene prodotto dalla corteccia delle ghiandole surrenali e aiuta l’organismo a controllare sodio, potassio, volume dei liquidi e pressione arteriosa. Quando il sistema funziona correttamente è indispensabile. Se l’ormone viene prodotto in quantità eccessiva rispetto alle necessità dell’organismo, però, i reni trattengono più sodio e, di conseguenza, acqua. Il volume circolante può aumentare e la pressione salire. Parallelamente viene eliminato più potassio. L’iperaldosteronismo primario è già riconosciuto come la più comune causa endocrina di ipertensione secondaria e può raggiungere prevalenze elevate tra le persone con forme resistenti.

Forse non esiste un confine netto tra normale ed eccessivo

Una delle idee più interessanti emerse negli ultimi anni è che la disregolazione dell’aldosterone possa formare un continuum, anziché essere presente soltanto nei pazienti con iperaldosteronismo primario conclamato. Una ricerca pubblicata nel 2026 sull’ipertensione essenziale ha trovato segni di disregolazione dell’aldosterone in una quota considerevole dei pazienti e un’associazione con un controllo pressorio peggiore. La frequenza aumentava inoltre con il numero di farmaci necessari: arrivava al 44,2% tra chi assumeva almeno quattro antipertensivi. Il problema potrebbe quindi essere molto meno raro di quanto suggeriscano le diagnosi tradizionali.

E qui compare una possibile nuova strategia terapeutica

Se una parte dell’ipertensione resistente è sostenuta dall’aldosterone, bloccarne gli effetti o ridurne la produzione diventa un bersaglio particolarmente interessante. Esistono già antagonisti dei recettori mineralcorticoidi, come spironolattone ed eplerenone, utilizzati in determinate situazioni cliniche. Una nuova generazione di farmaci punta invece direttamente alla sintesi dell’aldosterone. Tra questi c’è baxdrostat, un inibitore dell’aldosterone sintasi studiato nell’ipertensione resistente o non controllata. Le sperimentazioni hanno mostrato riduzioni della pressione, alimentando l’interesse verso questa nuova classe terapeutica.

Non significa che tutti gli ipertesi abbiano troppo aldosterone

La scoperta non trasforma però l’aldosterone nella causa universale dell’ipertensione. La pressione arteriosa dipende da una rete complessa che comprende reni, sistema nervoso simpatico, vasi sanguigni, sistema renina-angiotensina-aldosterone, genetica e fattori ambientali. Nell’ipertensione resistente bisogna inoltre escludere la cosiddetta pseudoresistenza: misurazioni scorrette, scarsa aderenza alla terapia e altri fattori possono far sembrare inefficaci farmaci che in realtà potrebbero funzionare. Anche obesità, apnee ostruttive del sonno e altre cause secondarie possono contribuire. Per questo il nuovo studio non giustifica modifiche autonome della terapia.

Verso una cura costruita sulla causa della pressione alta

La vera novità potrebbe essere un cambiamento nel modo di pensare all’ipertensione resistente. Invece di aggiungere progressivamente farmaci per abbassare un numero, potrebbe diventare sempre più importante identificare quale meccanismo biologico mantiene alta la pressione nel singolo paziente. Gli autori dello studio ritengono che molte più persone potrebbero beneficiare di terapie capaci di contrastare gli effetti dell’aldosterone rispetto a quelle che le ricevono oggi. Serviranno studi clinici per stabilire chi debba essere sottoposto a test specifici e quali pazienti rispondano meglio alle terapie mirate. Ma il messaggio della genetica è significativo: in alcuni casi la pressione che non vuole scendere potrebbe non richiedere semplicemente “più farmaci”, bensì il farmaco giusto contro il meccanismo che la mantiene elevata.

Immagine di senivpetro su Magnific

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